Nell’opera di David Robson “The expectation effect”, di cui ho parlato nel precedente episodio, l’Autore vuole mostrare, tra i molteplici effetti delle aspettative su tutti gli aspetti della nostra vita, come questi effetti possono arrivare a cambiare in modo potente come invecchiamo.
In altre parole, le nostre convinzioni possono aggiungere o sottrarre anni alla nostra vita.
Molti scienziati stanno arrivando alla conclusione che le nostre convinzioni sul processo di invecchiamento possono essere importanti per il nostro benessere quasi come l’età anagrafica.
Attraverso percorsi diversi, le nostre aspettative regolano la velocità degli orologi biologici delle nostre cellule, determinando ogni evento, dai dolori e fastidi banali fino al nostro rischio di malattie cardiache, demenza e morte.
Un atteggiamento giovane può essere un elisir di giovinezza.
Un esperimento condotto nel 1979 da Ellen Langer della Harvard University, prevedeva l’immersione di un gruppo di ultrasettantenni in un ambiente che ricostruiva completamente, in tutti i dettagli, il 1959. In un ritiro di sette giorni in un monastero, il gruppo venne immerso, dopo essere stato sottoposto ad una serie di test cognitivi e fisici, in un ambiente che presentava tutte, e dico tutte, le caratteristiche di quell’anno: dalle riviste, alle musiche, al cibo, all’arredamento ecc. con accuratezza storica.
Il gruppo fu incoraggiato a scrivere usando il tempo presente una biografia di sé a quell’epoca, di vivere come allora e di discutere di fatti dell’epoca, e non attuali.
L’obiettivo era di evocare attraverso queste associazioni i loro Sé più giovani e in forma.
Per attuare un confronto, una settimana dopo venne condotto un secondo ritiro nello stesso tipo di ambiente, ma questa volta al secondo gruppo, dopo aver effettuato anche questo una serie di test cognitivi e fisici, venne chiesto di descrivere le loro vite usando il tempo passato. L’obiettivo era che mantenessero il loro mindset focalizzato sull’età reale.
La maggior parte dei partecipanti mostrò qualche miglioramento nei test post ritiro, ma era il primo gruppo che mostrava significativi incrementi sia nei test cognitivi che fisici: 64% nel primo gruppo rispetto a 44% nel secondo. Si notarono capacità visive più acute, giunture più flessibili, mani più agili e una diminuzione di artrite. Si notarono posture migliorate, erano più alti e camminavano con più scioltezza.
Curiosamente, vennero prese foto di gruppo prima e dopo il ritiro e mostrate ad osservatori ignari dell’esperimento, che notarono come la seconda foto mostrasse un gruppo che appariva considerevolmente più giovane che nella prima foto. Era come se Ellen Langer avesse portato l’orologio indietro!
Naturalmente l’esperimento soffriva del limite nella quantità dei partecipanti, ma ci pensò Becca Levy della Yale School of Public Health a provvedere sufficiente evidenza a supporto dell’incredibile risultato di Langer. Levy selezionò nel 1975 1100 partecipanti che avevano appena compiuto 50 anni e ne seguì i progressi nelle decadi successive. Tra le altre cose, ai partecipanti fu chiesto di indicare quanto fossero d’accordo ad affermazioni del tipo:
- Ho tanta energia quanta ne avevo l’anno scorso
- Invecchiando divento meno utile
- Invecchiando le cose diventano sempre peggiori
In base ai punteggi ottenuti, Levy divise i partecipanti in due gruppi: quelli con una percezione negativa sul proprio invecchiamento e quelli con una positiva.
Scoprì poi che la differenza in anni di sopravvivenza a partire dal momento dell’esperimento fino al termine dell’osservazione (nel 2002 quando fu pubblicato lo studio) era di 7,5 anni tra i due gruppi, anche tenendo conto di fattori come lo stato socioeconomico o la percezione di solitudine.
Levy scrisse a conclusione della pubblicazione che “una delle cause della diminuzione dell’aspettativa di vita risiede nella denigrazione degli anziani sancita dalla società”.
L’atteggiamento contribuisce alla degenerazione, e non viceversa.
Levy osservò lo studio longitudinale sull’invecchiamento di Baltimora, che aveva seguito il progresso di centinaia di persone dagli anni 50 al 21° secolo. Nel ’68 ai partecipanti aventi età media di 36 anni vennero poste domande riguardanti le loro convinzioni sulla vecchiaia, tipo “I vecchi sono inutili”. A quelle età è improbabile che i partecipanti soffrissero già di gravi disabilità legate all’età. In altre parole, le loro opinioni sull’invecchiare è più probabile arrivassero più dalla cultura in cui erano immersi piuttosto che dall’esperienza personale.
Levy trovò che tali visioni possono predirre il successivo rischio di malattie gravi, come quelle cardiache, 38 anni dopo, nonostante quelle persone fossero all’epoca dei questionari esenti da fattori di rischio come obesità, fumo o predisposizione familiare alle malattie cardiovascolari.
Gli atteggiamenti positivi riguardo l’invecchiamento proteggono anche dallo sviluppo della demenza.
Sempre Levy, osservando le cartelle cliniche di soggetti che avevano partecipato a studi longitudinali comprendenti l’atteggiamento verso l’invecchiamento, ma anche l’MRI durante lo studio e l’autopsia dopo la morte, trovò che le aspettative negative erano come incise nel cervello, con un marcato accumulo di placche beta-amiloide e grovigli di proteina tau.
Queste persone mostravano anche danneggiamenti pronunciati all’ippocampo, che è responsabile della formazione della memoria.
Si trovò che gli effetti dell’atteggiamento verso l’invecchiamento fossero particolarmente pronunciati tra le persone portatrici di una variante di un gene particolarmente predisponente alla demenza: coloro che avevano atteggiamenti positivi videro dimezzato il rischio di sviluppare la demenza rispetto a coloro che invece avevano atteggiamenti negativi.
In effetti, tra le persone con aspettative positive sull’invecchiamento, tale variante ad alto rischio sul gene APOE sembra del tutto a malapena incrementare il rischio di demenza.
Ma da dove arrivano questi atteggiamenti negativi sull’invecchiamento? Ne parlerò nella prossima puntata con la Teoria dell’incarnazione degli stereotipi.







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