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MINDFULNESS prima puntata: perché disturbarsi a meditare?

Dato che la meditazione non è facile e richiede tempo ed energia, perché mai dovremmo imbarcarci in questa impresa?

 

È la domanda che ci pone Henepola Gunaratana nel suo libro “La pratica della consapevolezza in parole semplici” (Ubaldini Editore), vero testo di riferimento per chi vuole accostarsi alla mindfulness (pratica che trae le sue origini dalla meditazione Vipassana), ma anche per chi la pratica da un po’.

 

Felicità e pace sono un miraggio di tutti su questa terra, ma anche quando le cose nella nostra vita filano che è una meraviglia (almeno al momento) eccoci immersi in una specie di più o meno sottile insoddisfazione.

 

O, al contrario, quando siamo travolti dagli eventi, cosa che succede davvero di frequente nelle nostre vite, ecco che vorremmo poterli affrontare con efficacia, senza sprofondare nello sconforto o farci sopraffare dallo stress. Oppure vorremmo essere altrove, il più lontano possibile, salvo essere inseguiti dai problemi!

 

C’è un altro aspetto ancora della meditazione su cui vorrei focalizzare la vostra attenzione, che mi preme particolarmente e che come coach trovo estremamente interessante perché riguarda il cambiamento dall’interno di noi stessi.

 

Gunaratana ci ricorda l’essenza del significato di accettazione per la mindfulness, che non è rassegnazione passiva: «non potete fare cambiamenti radicali nel vostro modo di vivere, fino a quando non cominciate a vedervi così come siete ora. Non appena comincerete a vedervi così come siete, i cambiamenti accadranno naturalmente….Dovete vedere chi siete e come siete, senza inganno, senza giudicarvi, senza alcun genere di resistenza».

 

E qui comincia il difficile: come fare a vederci così come siamo senza veli e senza (auto)inganno? Lo scopo della meditazione (vipassana) è la trasformazione personale, continua l’Autore, essa affina la concentrazione e la capacità logica. La persona che entra nell’esperienza di meditazione non è la stessa che ne esce.

 

La faccenda diventa sempre più intrigante.

 

Fate attenzione a questo passaggio: «La meditazione cambia il vostro carattere attraverso un processo di sensibilizzazione, vi rende profondamente coscienti dei vostri stessi pensieri, parole e azioni. L’arroganza evapora e l’odio si prosciuga completamente. La mente diventa silenziosa e calma, la vostra vita si appiana. Di conseguenza la meditazione, eseguita correttamente, vi prepara ad andare incontro agli alti e bassi dell’esistenza, riduce la tensione, la paura e la preoccupazione….le cose cominciano ad andare a posto e la vostra vita, invece di essere tutta un conflitto, diventa qualcosa che scorre: e tutto ciò avviene attraverso la comprensione.»

 

Direi che vale la pena mettersi all’opera.

 

Naturalmente Gunaratana è molto sagace nel concludere l’introduzione facendoci una domanda retorica: «Sono ragioni sufficienti per prendersi il disturbo di meditare? Solo in parte. Sono promesse semplicemente scritte sulla carta. C’è solo un modo perché voi possiate scoprire se vale la pena meditare: imparate a farlo correttamente, e fatelo. Capitelo da voi stessi».

 

Capito?

By mariateresa

28 Marzo 2019 in Blog, In Evidenza

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Attenzione ai piccoli segnali!

Io, Io, Io e poi Io…Dal sacchetto in coda alla strage dei giovani?
 
“Giovane colpito da una coltellata perché intralciava la strada” (Repubblica, 17 agosto 2017)
“Picchiato in disco, è in coma” (Corriere della sera, 17 agosto 2017)
“Pugni e calci, così è stato ucciso Niccolò” (Corriere della sera, 16 agosto 2017)
“A te handicappato che ieri hai chiamato i vigili per non fare due metri in più vorrei dirti questo: a me 60 euro non cambiano nulla, ma tu rimani sempre un povero handicappato. Sono contento che ti sia capitata questa disgrazia”. (Repubblica, 20 agosto 2017)
 
Supermercato stamattina: una signora, evidentemente di fretta, passa veloce a fianco della mia cassa self-service, quella dove ci sono i sacchetti a disposizione dei clienti, contrariamente alle casse con cassiera. Afferra un sacchetto mentre io sono intenta a passare la merce nel lettore automatico. Peccato che nel sacchetto ci fossero già alcuni dei miei acquisti. Se ne accorge e con un gesto di fastidio lo ripone e ne prende un altro. L’espressione sulla sua faccia diceva “uffa, che palle, questa qui perché non si leva dai piedi?”
Facciamo un rewind cambiando un po’ il copione? La signora dice: “Mi scusi signora, posso prendere un sacchetto?”, Io: “Ma certo, ecco qui!” mostrando quelli vuoti a disposizione…Magari!
 
In questo frangente è naturalmente solo questione di educazione, ma si tratta di un “piccolo segnale”.
Infatti la questione è più profonda e svela il livello di narcisismo che spessissimo raggiunge livelli estremi nei nostri giorni: esisto solo io, gli altri al massimo li considero solo nel momento in cui mi servono, e allora li uso, oppure che si tolgano dalle scatole, con ogni mezzo!
 
Magari con la violenza fisica, e non solo verbale, appunto. Tanto ci siamo abituati da quando eravamo bambini.
 
Giorni fa, in un self-service autostradale ho osservato i cartoni animati che una bimba stava vedendo su un canale dedicato ai cartoon: oltre ad essere palesemente brutti a livello estetico, questi cartoon hanno un contenuto di violenza inaudito, oltretutto calata in situazioni normali e quotidiane. Il cartoon era ambientato guarda caso in un supermercato, dove i protagonisti se le davano a turno di “santa ragione” e con cattiveria per un nonnulla. Inutile dire che tra l’altro il cartoon era infarcito di segnali commerciali subliminali, ma questa non è una novità.
Purtroppo nessuno impedisce che questi cartoon non vengano messi in circolazione.
 
Ci siamo assuefatti, siamo finiti come la rana bollita.

By mariateresa

21 Agosto 2017 in Blog, In Evidenza

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Arrabbiati?


La rabbia è un sentimento potente, spesso accettato o addirittura valorizzato in certe culture.
E’ naturalmente utile quando ci fornisce l’energia necessaria per far fronte ad un reale attacco nei nostri confronti. Se utilizzata in modo consapevole e funzionale alla soluzione di un problema, o alla difesa dei nostri confini, nel rispetto della nostra ed altrui dignita, èsenz’altro una risorsa.
Ma quando ci sono conseguenze non utili o addirittura controproducenti per chi la prova o per chi la fa subire agli altri, questo potente sentimento diventa un boomerang.
 
Ad esempio ci ritroviamo a reagire in modo esagerato rispetto all’evento, comportandoci in un modo di cui ci pare non aver pieno controllo, subendone o facendo subire ad altri le conseguenze negative. Oppure proviamo un sordo rancore senza individuare l’origine di questo sentimento. Ecco che allora è più che mai importante utilizzare la rabbia come via di cambiamento.
Ciò è possibile se riusciamo a sfruttarla per ottenere maggiore chiarezza riguardo certe nostre modalità di porci nei rapporti.
 
Tutti noi abbiamo delle modalità prevedibili e piuttosto costanti di rapportarci con determinate persone o di reagire in determiate situazioni che ci stimolano un sentimento di rabbia. In situazioni che hanno caratteristiche simili ci ritroviamo, nostro malgrado, a percorrere delle strade comportamentali ripetitive.
 
E’ come se scattasse un corto circuito. Ci potremmo accorgere per esempio che quando nostra madre, o il compagno, o quella amica, o nostro figlio, reagiscono in un certo modo, oppure ci guardano con ‘quella faccia’, noi reagiamo rabbiosamente senza riuscire a cambiare il nostro atteggiamento. E soprattutto dando la colpa esclusivamente all’altro, o alla sfortuna, o alle circostanze…
Il problema nasce anche quando siamo incapaci di osservare e cambiare comportamento pur essendoci resi conto del motivo che ci causa rabbia o ci mantiene bloccati.
 
Naturalmente nelle relazioni noi umani siamo molto bravi ad intergire con modalità che sembrano fatte apposta per ‘incastrarsi’ reciprocamente e per far lievitare in modo esponenziale le reciproche reazioni. E’ così che spesso esplodono autentiche “burrasche”.
 
E’ interessante chiedersi qual è lo schema ricorrente di botta e risposta. E’ un po’ come una danza con passi abbastanza prevedibili, solo che ce ne accorgiamo ‘dopo’, quando ormai la rabbia ha preso il sopravvento e la frittata è fatta, e spesso ci sorprendiamo a dirci “ma non mi era già successo?”
 
Voglio farvi un esempio molto comune di modalità relazionale ‘rischiosa’: ‘Il triangolo ’ Questo si forma ad esempio quando una terza persona viene coinvolta per attenuare l’intensità problematica instaurata tra le altre due. Purtroppo il triangolo è una situazione piuttosto stabile e frequente.
Si può tuttavia evitare di stabilire un triangolo rispettando alcune regole che riportano alla responsabilità individuale, ad esempio:
 
1. Quando si è in collera con qualcuno è direttamente con questa persona che bisogna parlarne, non se ne devono coinvolgere altre.
2. Parlare per se stessi, evitando di coinvolgere altri con frasi del tipo “il tuo capoufficio dice che è difficile lavorare con te”, oppure “papà dice che sei stato scortese con tua sorella”. Dire invece: “ho difficoltà a lavorare con te”, oppure “penso che tu sia stato scortese con tua sorella”. Suona diversamente, non è vero?
3. Distinguere tra privacy e segretezza: non chiedere a qualcuno di diventare nostro complice a scapito di un’altra persona.
4. Ogni membro della famiglia deve avere un rapporto individuale con ogni altro famigliare, senza cercare “mediazioni”.
 
Quando una persona ci invita in un triangolo cercando per esempio di tirarci dalla sua parte a discapito dell’altra persona, per esempio chiedendo consigli o ‘sfogandosi’, è bene rimanere serenamente distaccati esprimendo fiducia ad entrambe le parti.
Dicendo per esempio: “Non saprei veramente cosa sta succedendo tra voi ma credo che insieme possiate risolvere il vostro problema.” Oppure: “quando sono con te mi piace parlare di ciò che ti riguarda e quando sono con lui/lei mi piace parlare di ciò che lo/la riguarda”.
 
Ricordiamoci che noi esseri umani abbiamo sempre preferito individuare capri espiatori piuttosto che cercare di capire cosa non ha funzionato. La nostra sfida è utilizzare intelligentemente la nostra rabbia per cambiare. Con tenacia e pazienza: i cambiamenti duraturi necessitano di allenamento, proprio come i nostri muscoli.

By mariateresa

17 Febbraio 2016 in Blog, In Evidenza

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Il cambiamento e l’importanza di contare (almeno) fino a dieci.

Una domanda che mi fanno spesso i clienti quando hanno scoperto l’arcano che sta dietro ad un loro comportamento che non li soddisfa, è qualcosa del tipo “Sì, ma adesso cosa faccio? Come si fa a ‘cambiare’?
 
Vi è capitato di guidare un’auto col cambio automatico (se ne possedete una col cambio manuale) o viceversa? Vi è capitato sovrappensiero di cercare col piede la frizione dove non c’è (o di ‘inchiodare’ perché avete scambiato il freno per la frizione) oppure, viceversa, di aspettare serenamente che l’auto cambi marcia di sua iniziativa, rimanendo interdetti per qualche frazione di secondo finché il rumore inusuale del motore non vi ha riportato a “connettere il cervello” per realizzare che eravate voi a dover decidere di cambiare marcia?
 
Quando impariamo uno sport, un nuovo movimento, o nuove nozioni, ci rendiamo conto di quanto impegno e attenzione ciò richieda. Chissà perché invece per le questioni che hanno a che fare con le emozioni, come quelle relazionali per esempio, pretendiamo che i cambiamenti avvengano già dal momento in cui abbiamo realizzato cosa non funziona e cosa dobbiamo cambiare.
Speriamo che per il solo fatto di aver compreso cosa non funzioni e cosa invece dovremmo fare, come per incanto le cose si sistemeranno in modo automatico e senza fatica. Addirittura senza nemmeno provare più i sentimenti negativi che accompagnavano quelle situazioni.
 
In realtà, che ci piaccia o meno, le nostre azioni sono governate per la maggior parte dalle nostre abitudini. E queste possono essere cambiate solo a patto di ingaggiarsi in un percorso che richiede non solo motivazione, ma anche determinazione, costanza ed energia.
 
Le nostre abitudini sono una sorta di autostrade neuronali. Sono il frutto di una ripetizione di uno schema che, a partire da un evento reale o immaginato, scatena un insieme di emozioni, pensieri, azioni, creando nel cervello una serie di connessioni neuronali. In questo modo si formano nel cervello dei percorsi preferiti per le informazioni, delle sorte di sentieri che via via s’irrobustiscono con la ripetizione dello stesso schema, fino a diventare una sorta di corto circuito “evento->reazione”.
 
Cambiare quello schema (cioè quell’abitudine) significa creare un nuovo sentiero che, partendo dallo stesso evento, ci porta ad una diversa reazione. Chiaro che all’inizio questo sentiero non c’è o è nella migliore delle ipotesi appena accennato. Immaginate di trovarvi di fronte ad un bivio: da un lato vedete una strada bella larga e asfaltata, dall’altro lato una stradina stretta, sterrata e appena accennata. Se avete fretta, quale prendete?
 
Ecco il punto, la fretta.
 
Joseph LeDoux ci spiega che «i collegamenti del cervello sono fatti in modo che le connessioni tra i sistemi emozionali e quelli cognitivi sono più forti delle connessioni tra sistemi cognitivi e quelli emozionali» [J.LeDoux, Il Cervello Emotivo, Baldini & Castoldi, 1999]. In parole povere, tra evento ed emozione c’è un tempo infinitamente inferiore rispetto a quello che intercorre tra evento e pensiero.
 
Perciò la prima cosa da fare per cambiare un’abitudine emotiva è CONTARE ALMENO FINO A DIECI, cioè concedere il tempo necessario al nostro pensiero di attivarsi per decidere di reagire all’evento nel modo diverso che abbiamo precedentemente pianificato.
 
Per esempio, se in una certa situazione relazionale mi trovo a rispondere in un modo che non mi piace (o che mi provoca danni), posso pianificare un modo alternativo da mettere in pratica alla prima occasione successiva. Naturalmente devo aver identificato le caratteristiche della situazione, ciò che mi provoca la reazione automatica, e qual è il mio obiettivo in quella situazione. Ma per poter modificare in modo stabile la mia reazione devo creare una nuova abitudine.
Quindi nella stessa situazione dovrò concedere del tempo di attivazione al mio pensiero, impedendo il corto circuito tra evento ed emozione che innesca la reazione automatica “tagliando fuori” il pensiero.
 
L’unico modo per farlo è riconoscere la situazione e l’emozione che innesca, e allo stesso tempo imporsi un TIME-OUT (o, nei casi in cui le conseguenze possono essere più importanti, addirittura uno STOP).
Ricordare cosa si era deciso di fare e quindi metterlo in atto, fosse anche soprassedere e darsi il tempo di dare una risposta in un altro momento. Occorre ricordare che anche la riflessione è un’azione, solo che è meno evidente all’esterno, ma spesso più foriera di cambiamenti.
 
Più volte ripeteremo il nuovo schema e più solidificheremo e amplieremo il nuovo sentiero neuronale. Con le ripetizioni della nuova abitudine anche l’autostrada neuronale della vecchia abitudine cadrà in disuso, e sarà man mano più facile e veloce mettere in atto il nuovo comportamento, fino a che esso diventa una nuova abitudine.

By mariateresa

10 Luglio 2014 in Blog, In Evidenza

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Quotidiana Incapacità manageriale

I fatti: stamattina ho telefonato al negozio xxx per chiedere la disponibilità di una taglia superiore di alcune magliette acquistate il giorno precedente per mio figlio, per poterle cambiare. La commessa gentilmente controlla la disponibilità al computer, me la conferma e io le chiedo di mettermele da parte il tempo di un’oretta, le passerò a prendere.
 
Mentre mi reco al negozio, la titolare vede la richiesta di magliette annotata dalla commessa (che non le ha materialmente prese in magazzino e messe da parte, ma ha scritto un appunto di richiesta) ed emette un ordine on-line al fornitore, dando per scontato che in giacenza non ce ne fossero.
Vado quindi al negozio per ritirare le magliette e succede questo: la titolare rimprovera la commessa davanti a me (in tono peraltro garbato) per aver appuntato una richiesta di magliette invece che prepararle alla cassa e scaricarle dalla giacenza del magazzino. La commessa si scusa dicendo che in quel momento non aveva avuto il tempo di farlo subito, vista la presenza di altri clienti.
 
Considerazioni:

  1. Mai rimproverare un dipendente (o collega) davanti ad altri e tantomeno davanti ai clienti. Questo lo sappiamo tutti, ma chissà perché spesso invece lo si fa. Azzardo un’ipotesi: ci piace scaricare la rabbia umiliando l’altro davanti ad un “pubblico”.
  2. Se la titolare fosse stata più “customer oriented”, davanti alla cliente avrebbe almeno potuto dire alla commessa “non dovevi dire alla signora di venire senza essere sicura di avere la merce mettendola da parte alla cassa, la signora ha rischiato di venire fin qui per niente, le avresti fatto perdere tempo”. Invece lei era preoccupata solo dei suoi interessi, di evitare di ordinare merce in più in magazzino (cosa condivisibile, ci mancherebbe, ma che doveva fare parte del feedback dato in privato alla commessa, subito dopo la mia uscita dal negozio).
  3. Il risultato è stato per la titolare: umiliare la commessa, rischiare di non fidelizzare un cliente (era la prima volta che mi recavo in quel negozio), arrabbiarsi senza canalizzare l’irritazione in modo funzionale (mancanza di assertività…)
  4. Il risultato per me: materiale di osservazione e… per scrivere questo post!

By mariateresa

4 Aprile 2014 in Blog, In Evidenza

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COACHING SKILLS – NUOVA EDIZIONE

Centro Gioventù e Sport La Torretta – Bellinzona
 
NUOVA EDIZIONE giornata sulle COACHING SKILLS
 
Sabato 22 marzo 2014
 
Cosa sono le coaching skills?
Le coaching skills sono quelle competenze che consentono di facilitare ed accelerare il raggiungimento degli obiettivi di una persona o di un gruppo: un comitato, una squadra, un insieme di volontari, un’intera struttura sportiva.
 
cosa otterrete dalla giornata:

  • aumenterete la vostra abilità relazionale
  • individuerete quali parti di voi stessi e degli altri entrano in gioco nelle relazioni
  • riconoscerete le più importanti tipologie di scambio comunicativo ed imparerete ad utilizzarle al meglio in funzione dei vostri obiettivi
  • saprete distinguere il feedback correttivo, costruttivo, ininfluente, distruttivo
  • saprete come a volte vi mettete nei guai e come uscirne
  • Acquisirete un modello della personalità che vi aiuta a capire come funzioniamo e che costituisce la base per applicare il coaching situazionale: una modalità di approccio flessibile che si adatta a diverse situazioni, aiutandoci ad ottenere gli obiettivi insieme agli altri.

 
I posti sono limitati.
 
Per tutti i dettagli scarica qui la brochure
 
Per iscriverti modulo iscrizione e spediscilo subito via mail!
 
Oppure contattami.

By mariateresa

22 Gennaio 2014 in In Evidenza

Nuova edizione Coaching skills

Centro Gioventù e Sport La Torretta – Bellinzona
 
NUOVA EDIZIONE giornata sulle COACHING SKILLS
 
Sabato 22 marzo 2014
 
Cosa sono le coaching skills?
Le coaching skills sono quelle competenze che consentono di facilitare ed accelerare il raggiungimento degli obiettivi di una persona o di un gruppo: un comitato, una squadra, un insieme di volontari, un’intera struttura sportiva.
 
cosa otterrete dalla giornata:

  • aumenterete la vostra abilità relazionale
  • individuerete quali parti di voi stessi e degli altri entrano in gioco nelle relazioni
  • riconoscerete le più importanti tipologie di scambio comunicativo ed imparerete ad utilizzarle al meglio in funzione dei vostri obiettivi
  • saprete distinguere il feedback correttivo, costruttivo, ininfluente, distruttivo
  • saprete come a volte vi mettete nei guai e come uscirne
  • Acquisirete un modello della personalità che vi aiuta a capire come funzioniamo e che costituisce la base per applicare il coaching situazionale: una modalità di approccio flessibile che si adatta a diverse situazioni, aiutandoci ad ottenere gli obiettivi insieme agli altri.

 
I posti sono limitati.
 
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By mariateresa

10 Ottobre 2013 in In Evidenza

Il Quadrante del Tempo


Il quadrante del tempo (o di Eisenhower) è una tabella che ci aiuta a suddividere i nostri compiti, incrociando i concetti di urgenza e importanza. È composta da due righe e due colonne, che vanno a formare quattro aree o celle (o quadranti).
 
Il primo passo per dare un ordine al nostro tempo, e quindi alla nostra vita, consiste nell’imparare a distinguere quattro categorie di compiti:
 
 
1. Quelli importanti e urgenti
2. Quelli importanti ma non urgenti
3. Quelli non importanti ma urgenti
4. Quelli non importanti e nemmeno urgenti
 
Per poterlo fare, dobbiamo avere molto in chiaro cosa intendiamo per “importante” e “urgente”, in riferimento ai compiti della nostra vita.
 
L’importanza si riferisce al valore che quel compito ricopre per noi, occorre quindi riflettere su cosa conta e vale per noi nella nostra vita. Gli obiettivi che di volta in volta ci poniamo, sono un mezzo per raggiungere (o evitare) qualcosa d’importante per noi.
Allora un compito è importante quando è determinante per raggiungere un tale obiettivo.
Più l’obiettivo è importante, più l’attività a esso connessa sarà importante.
 
Quanto all’urgenza di un compito, quando questa non sia evidente possiamo chiederci: “cosa accadrebbe se lo posticipassi o non lo facessi del tutto? Che impatto avrebbe questa decisione nella mia vita, nella situazione corrente, nelle mie finanze, relazioni, famiglia ecc.?” Se ritengo urgente l’azione in questione perché mi consente di evitare un evento sgradevole, che probabilità c’è che esso accada?
 
Infine occorre distinguere il concetto di urgenza da quello di priorità: prioritario è qualcosa che si riferisce a un ordine temporale nell’esecuzione di una serie di azioni. Quindi un compito prioritario è ciò che viene per primo in una serie di compiti.
Stabilire le priorità significa stilare una graduatoria di svolgimento temporale dei compiti in programma. Ogni priorità può essere calcolata incrociando importanza, urgenza e tempo di svolgimento del compito.
 
Nella figura in alto a sinistra vedete un esempio di quadrante del tempo. Il nostro tempo è quindi utilizzato in diversi tipi di attività (che non significano solo “fare”: anche l’ozio è un’attività, per di più benefica se ci rilassa ed è di quello che abbiamo bisogno in quel momento…). Uno o più quadranti possono prevalere sugli altri, indicando la quantità di tempo dedicata a quel tipo di attività. Il fatto che si dilati un quadrante piuttosto che un altro non porta agli stessi risultati e allo stesso impatto sulla nostra esistenza.
 
Stephen Covey nel suo best-seller “I Sette Pilastri del Successo– L’Arte della Leadership” (Bompiani, 1997) indica dei casi limite, come potete osservare qui sotto:
 
1.o caso: il quadrante I prende il sopravvento, la persona gestisce la propria esistenza lasciandosi dominare dalle crisi.
 
 
 
 
 
 
 
2.o caso: quando a dominare è invece il quadrante III, sprecano molto tempo in faccende urgenti ma non importanti, relative al quadrante III pensando di trovarsi nel quadrante I. Passano la maggior parte del proprio tempo reagendo a cose urgenti ma non importanti: l’urgenza di queste cose si basa su priorità e aspettative di altre persone.
 
 
 
 
 
 
3.o caso: le persone che passano la maggior parte del loro tempo esclusivamente nei quadranti III e IV conducono vite fondamentalmente irresponsabili:
 
 
 
 
 
Infine, indica Covey, «le persone efficaci rimangono fuori dai quadranti III e IV perché, urgenti o no, quelle attività non sono importanti. Inoltre restringono il quadrante I passando più tempo nel quadrante II:
 

Il quadrante II è il cuore di un’efficace gestione personale. Esso riguarda cose non urgenti, ma importanti: lo sviluppo di relazioni, la preparazione di una dichiarazione di intenti personale, la pianificazione sul lungo termine, il far pratica, la manutenzione preventiva: tutte quelle cose che sappiamo di dover fare, ma che ci decidiamo a fare di rado dato che non sono urgenti.
Le persone operativamente efficaci non hanno in mente soprattutto i problemi, ma le opportunità. Alimentano le opportunità e fanno morire di fame i problemi. Pensano preventivamente. Grazie all’attenzione e sviluppo del quadrante II, le crisi e le emergenze sono in numero esiguo.»

By mariateresa

15 Aprile 2013 in In Evidenza