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MINDFULNESS prima puntata: perché disturbarsi a meditare?

Dato che la meditazione non è facile e richiede tempo ed energia, perché mai dovremmo imbarcarci in questa impresa?

 

È la domanda che ci pone Henepola Gunaratana nel suo libro “La pratica della consapevolezza in parole semplici” (Ubaldini Editore), vero testo di riferimento per chi vuole accostarsi alla mindfulness (pratica che trae le sue origini dalla meditazione Vipassana), ma anche per chi la pratica da un po’.

 

Felicità e pace sono un miraggio di tutti su questa terra, ma anche quando le cose nella nostra vita filano che è una meraviglia (almeno al momento) eccoci immersi in una specie di più o meno sottile insoddisfazione.

 

O, al contrario, quando siamo travolti dagli eventi, cosa che succede davvero di frequente nelle nostre vite, ecco che vorremmo poterli affrontare con efficacia, senza sprofondare nello sconforto o farci sopraffare dallo stress. Oppure vorremmo essere altrove, il più lontano possibile, salvo essere inseguiti dai problemi!

 

C’è un altro aspetto ancora della meditazione su cui vorrei focalizzare la vostra attenzione, che mi preme particolarmente e che come coach trovo estremamente interessante perché riguarda il cambiamento dall’interno di noi stessi.

 

Gunaratana ci ricorda l’essenza del significato di accettazione per la mindfulness, che non è rassegnazione passiva: «non potete fare cambiamenti radicali nel vostro modo di vivere, fino a quando non cominciate a vedervi così come siete ora. Non appena comincerete a vedervi così come siete, i cambiamenti accadranno naturalmente….Dovete vedere chi siete e come siete, senza inganno, senza giudicarvi, senza alcun genere di resistenza».

 

E qui comincia il difficile: come fare a vederci così come siamo senza veli e senza (auto)inganno? Lo scopo della meditazione (vipassana) è la trasformazione personale, continua l’Autore, essa affina la concentrazione e la capacità logica. La persona che entra nell’esperienza di meditazione non è la stessa che ne esce.

 

La faccenda diventa sempre più intrigante.

 

Fate attenzione a questo passaggio: «La meditazione cambia il vostro carattere attraverso un processo di sensibilizzazione, vi rende profondamente coscienti dei vostri stessi pensieri, parole e azioni. L’arroganza evapora e l’odio si prosciuga completamente. La mente diventa silenziosa e calma, la vostra vita si appiana. Di conseguenza la meditazione, eseguita correttamente, vi prepara ad andare incontro agli alti e bassi dell’esistenza, riduce la tensione, la paura e la preoccupazione….le cose cominciano ad andare a posto e la vostra vita, invece di essere tutta un conflitto, diventa qualcosa che scorre: e tutto ciò avviene attraverso la comprensione.»

 

Direi che vale la pena mettersi all’opera.

 

Naturalmente Gunaratana è molto sagace nel concludere l’introduzione facendoci una domanda retorica: «Sono ragioni sufficienti per prendersi il disturbo di meditare? Solo in parte. Sono promesse semplicemente scritte sulla carta. C’è solo un modo perché voi possiate scoprire se vale la pena meditare: imparate a farlo correttamente, e fatelo. Capitelo da voi stessi».

 

Capito?

By mariateresa

28 Marzo 2019 in Blog, In Evidenza

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Attenzione ai piccoli segnali!

Io, Io, Io e poi Io…Dal sacchetto in coda alla strage dei giovani?
 
“Giovane colpito da una coltellata perché intralciava la strada” (Repubblica, 17 agosto 2017)
“Picchiato in disco, è in coma” (Corriere della sera, 17 agosto 2017)
“Pugni e calci, così è stato ucciso Niccolò” (Corriere della sera, 16 agosto 2017)
“A te handicappato che ieri hai chiamato i vigili per non fare due metri in più vorrei dirti questo: a me 60 euro non cambiano nulla, ma tu rimani sempre un povero handicappato. Sono contento che ti sia capitata questa disgrazia”. (Repubblica, 20 agosto 2017)
 
Supermercato stamattina: una signora, evidentemente di fretta, passa veloce a fianco della mia cassa self-service, quella dove ci sono i sacchetti a disposizione dei clienti, contrariamente alle casse con cassiera. Afferra un sacchetto mentre io sono intenta a passare la merce nel lettore automatico. Peccato che nel sacchetto ci fossero già alcuni dei miei acquisti. Se ne accorge e con un gesto di fastidio lo ripone e ne prende un altro. L’espressione sulla sua faccia diceva “uffa, che palle, questa qui perché non si leva dai piedi?”
Facciamo un rewind cambiando un po’ il copione? La signora dice: “Mi scusi signora, posso prendere un sacchetto?”, Io: “Ma certo, ecco qui!” mostrando quelli vuoti a disposizione…Magari!
 
In questo frangente è naturalmente solo questione di educazione, ma si tratta di un “piccolo segnale”.
Infatti la questione è più profonda e svela il livello di narcisismo che spessissimo raggiunge livelli estremi nei nostri giorni: esisto solo io, gli altri al massimo li considero solo nel momento in cui mi servono, e allora li uso, oppure che si tolgano dalle scatole, con ogni mezzo!
 
Magari con la violenza fisica, e non solo verbale, appunto. Tanto ci siamo abituati da quando eravamo bambini.
 
Giorni fa, in un self-service autostradale ho osservato i cartoni animati che una bimba stava vedendo su un canale dedicato ai cartoon: oltre ad essere palesemente brutti a livello estetico, questi cartoon hanno un contenuto di violenza inaudito, oltretutto calata in situazioni normali e quotidiane. Il cartoon era ambientato guarda caso in un supermercato, dove i protagonisti se le davano a turno di “santa ragione” e con cattiveria per un nonnulla. Inutile dire che tra l’altro il cartoon era infarcito di segnali commerciali subliminali, ma questa non è una novità.
Purtroppo nessuno impedisce che questi cartoon non vengano messi in circolazione.
 
Ci siamo assuefatti, siamo finiti come la rana bollita.

By mariateresa

21 Agosto 2017 in Blog, In Evidenza

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Arrabbiati?


La rabbia è un sentimento potente, spesso accettato o addirittura valorizzato in certe culture.
E’ naturalmente utile quando ci fornisce l’energia necessaria per far fronte ad un reale attacco nei nostri confronti. Se utilizzata in modo consapevole e funzionale alla soluzione di un problema, o alla difesa dei nostri confini, nel rispetto della nostra ed altrui dignita, èsenz’altro una risorsa.
Ma quando ci sono conseguenze non utili o addirittura controproducenti per chi la prova o per chi la fa subire agli altri, questo potente sentimento diventa un boomerang.
 
Ad esempio ci ritroviamo a reagire in modo esagerato rispetto all’evento, comportandoci in un modo di cui ci pare non aver pieno controllo, subendone o facendo subire ad altri le conseguenze negative. Oppure proviamo un sordo rancore senza individuare l’origine di questo sentimento. Ecco che allora è più che mai importante utilizzare la rabbia come via di cambiamento.
Ciò è possibile se riusciamo a sfruttarla per ottenere maggiore chiarezza riguardo certe nostre modalità di porci nei rapporti.
 
Tutti noi abbiamo delle modalità prevedibili e piuttosto costanti di rapportarci con determinate persone o di reagire in determiate situazioni che ci stimolano un sentimento di rabbia. In situazioni che hanno caratteristiche simili ci ritroviamo, nostro malgrado, a percorrere delle strade comportamentali ripetitive.
 
E’ come se scattasse un corto circuito. Ci potremmo accorgere per esempio che quando nostra madre, o il compagno, o quella amica, o nostro figlio, reagiscono in un certo modo, oppure ci guardano con ‘quella faccia’, noi reagiamo rabbiosamente senza riuscire a cambiare il nostro atteggiamento. E soprattutto dando la colpa esclusivamente all’altro, o alla sfortuna, o alle circostanze…
Il problema nasce anche quando siamo incapaci di osservare e cambiare comportamento pur essendoci resi conto del motivo che ci causa rabbia o ci mantiene bloccati.
 
Naturalmente nelle relazioni noi umani siamo molto bravi ad intergire con modalità che sembrano fatte apposta per ‘incastrarsi’ reciprocamente e per far lievitare in modo esponenziale le reciproche reazioni. E’ così che spesso esplodono autentiche “burrasche”.
 
E’ interessante chiedersi qual è lo schema ricorrente di botta e risposta. E’ un po’ come una danza con passi abbastanza prevedibili, solo che ce ne accorgiamo ‘dopo’, quando ormai la rabbia ha preso il sopravvento e la frittata è fatta, e spesso ci sorprendiamo a dirci “ma non mi era già successo?”
 
Voglio farvi un esempio molto comune di modalità relazionale ‘rischiosa’: ‘Il triangolo ’ Questo si forma ad esempio quando una terza persona viene coinvolta per attenuare l’intensità problematica instaurata tra le altre due. Purtroppo il triangolo è una situazione piuttosto stabile e frequente.
Si può tuttavia evitare di stabilire un triangolo rispettando alcune regole che riportano alla responsabilità individuale, ad esempio:
 
1. Quando si è in collera con qualcuno è direttamente con questa persona che bisogna parlarne, non se ne devono coinvolgere altre.
2. Parlare per se stessi, evitando di coinvolgere altri con frasi del tipo “il tuo capoufficio dice che è difficile lavorare con te”, oppure “papà dice che sei stato scortese con tua sorella”. Dire invece: “ho difficoltà a lavorare con te”, oppure “penso che tu sia stato scortese con tua sorella”. Suona diversamente, non è vero?
3. Distinguere tra privacy e segretezza: non chiedere a qualcuno di diventare nostro complice a scapito di un’altra persona.
4. Ogni membro della famiglia deve avere un rapporto individuale con ogni altro famigliare, senza cercare “mediazioni”.
 
Quando una persona ci invita in un triangolo cercando per esempio di tirarci dalla sua parte a discapito dell’altra persona, per esempio chiedendo consigli o ‘sfogandosi’, è bene rimanere serenamente distaccati esprimendo fiducia ad entrambe le parti.
Dicendo per esempio: “Non saprei veramente cosa sta succedendo tra voi ma credo che insieme possiate risolvere il vostro problema.” Oppure: “quando sono con te mi piace parlare di ciò che ti riguarda e quando sono con lui/lei mi piace parlare di ciò che lo/la riguarda”.
 
Ricordiamoci che noi esseri umani abbiamo sempre preferito individuare capri espiatori piuttosto che cercare di capire cosa non ha funzionato. La nostra sfida è utilizzare intelligentemente la nostra rabbia per cambiare. Con tenacia e pazienza: i cambiamenti duraturi necessitano di allenamento, proprio come i nostri muscoli.

By mariateresa

17 Febbraio 2016 in Blog, In Evidenza

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MERCHANDISING MALDESTRO

Fare la spesa penso sia un affare noioso per molti di noi, sicuramente lo è per me. Così, mentre mi aggiro tra gli scaffali del supermercato, inganno la noia osservando ciò che succede.
 
Un bel giorno, dopo aver parcheggiato l’auto, mi ritrovo i carrelli un po’ cambiati. Mooolto grossi, meno profondi, decisamente ingombranti. Va beh, entro e mi ritrovo a destreggiarmi con una sorta di carro armato tra le mani all’interno di corsie diventate cunicoli. Inevitabili gli ingorghi tra clienti spazientiti. Come non bastasse sono spariti gli angoletti provvidenziali dove si potevano “parcheggiare” i carrelli per poi percorrere velocemente ogni singola corsia alla ricerca del nostro tesoro.
 
Anche le casse le hanno cambiate: lo spazio tra loro si è ristretto e il tapis roulant su cui scorrono le merci è molto più in alto (e per una piuttosto piccola come me non è un godere)…
 
Le commesse sono velocissime a produrre il conto e il risultato è che ci ritroviamo con la masserizia da recuperare semi sdraiandoci sul tapis roulant (visto che non ci sono più nemmeno i furbi rulli di acciaio che ce la facevano arrivare sotto le mani); la persona dopo di noi che non riesce a passare dall’altra parte della cassa a causa del passaggio troppo stretto e del carrello troppo grosso, e la cassiera che col non verbale ci invita a pagare sempre più in fretta.
 
Fino a che si arriva alle casse rallentano il percorso all’inverosimile (così magari compriamo di più, secondo i loro maldestri conti), ci lusingano in ogni modo con assaggini e offerte varie, sorridono e adulano.
Poi alle casse non ci danno nemmeno il tempo per metter in ordine la merce in modo da non rovinarla nel trasporto.
 
A me arriva il messaggio mica tanto sotterraneo del tipo “beh, hai comprato! Adesso fuori dalle p… ”.
Mica male come centralità del cliente, vero?
 
E voi, cosa avete osservato durante le vostre scorribande nei supermercati?

By mariateresa

16 Settembre 2014 in Blog

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Il cambiamento e l’importanza di contare (almeno) fino a dieci.

Una domanda che mi fanno spesso i clienti quando hanno scoperto l’arcano che sta dietro ad un loro comportamento che non li soddisfa, è qualcosa del tipo “Sì, ma adesso cosa faccio? Come si fa a ‘cambiare’?
 
Vi è capitato di guidare un’auto col cambio automatico (se ne possedete una col cambio manuale) o viceversa? Vi è capitato sovrappensiero di cercare col piede la frizione dove non c’è (o di ‘inchiodare’ perché avete scambiato il freno per la frizione) oppure, viceversa, di aspettare serenamente che l’auto cambi marcia di sua iniziativa, rimanendo interdetti per qualche frazione di secondo finché il rumore inusuale del motore non vi ha riportato a “connettere il cervello” per realizzare che eravate voi a dover decidere di cambiare marcia?
 
Quando impariamo uno sport, un nuovo movimento, o nuove nozioni, ci rendiamo conto di quanto impegno e attenzione ciò richieda. Chissà perché invece per le questioni che hanno a che fare con le emozioni, come quelle relazionali per esempio, pretendiamo che i cambiamenti avvengano già dal momento in cui abbiamo realizzato cosa non funziona e cosa dobbiamo cambiare.
Speriamo che per il solo fatto di aver compreso cosa non funzioni e cosa invece dovremmo fare, come per incanto le cose si sistemeranno in modo automatico e senza fatica. Addirittura senza nemmeno provare più i sentimenti negativi che accompagnavano quelle situazioni.
 
In realtà, che ci piaccia o meno, le nostre azioni sono governate per la maggior parte dalle nostre abitudini. E queste possono essere cambiate solo a patto di ingaggiarsi in un percorso che richiede non solo motivazione, ma anche determinazione, costanza ed energia.
 
Le nostre abitudini sono una sorta di autostrade neuronali. Sono il frutto di una ripetizione di uno schema che, a partire da un evento reale o immaginato, scatena un insieme di emozioni, pensieri, azioni, creando nel cervello una serie di connessioni neuronali. In questo modo si formano nel cervello dei percorsi preferiti per le informazioni, delle sorte di sentieri che via via s’irrobustiscono con la ripetizione dello stesso schema, fino a diventare una sorta di corto circuito “evento->reazione”.
 
Cambiare quello schema (cioè quell’abitudine) significa creare un nuovo sentiero che, partendo dallo stesso evento, ci porta ad una diversa reazione. Chiaro che all’inizio questo sentiero non c’è o è nella migliore delle ipotesi appena accennato. Immaginate di trovarvi di fronte ad un bivio: da un lato vedete una strada bella larga e asfaltata, dall’altro lato una stradina stretta, sterrata e appena accennata. Se avete fretta, quale prendete?
 
Ecco il punto, la fretta.
 
Joseph LeDoux ci spiega che «i collegamenti del cervello sono fatti in modo che le connessioni tra i sistemi emozionali e quelli cognitivi sono più forti delle connessioni tra sistemi cognitivi e quelli emozionali» [J.LeDoux, Il Cervello Emotivo, Baldini & Castoldi, 1999]. In parole povere, tra evento ed emozione c’è un tempo infinitamente inferiore rispetto a quello che intercorre tra evento e pensiero.
 
Perciò la prima cosa da fare per cambiare un’abitudine emotiva è CONTARE ALMENO FINO A DIECI, cioè concedere il tempo necessario al nostro pensiero di attivarsi per decidere di reagire all’evento nel modo diverso che abbiamo precedentemente pianificato.
 
Per esempio, se in una certa situazione relazionale mi trovo a rispondere in un modo che non mi piace (o che mi provoca danni), posso pianificare un modo alternativo da mettere in pratica alla prima occasione successiva. Naturalmente devo aver identificato le caratteristiche della situazione, ciò che mi provoca la reazione automatica, e qual è il mio obiettivo in quella situazione. Ma per poter modificare in modo stabile la mia reazione devo creare una nuova abitudine.
Quindi nella stessa situazione dovrò concedere del tempo di attivazione al mio pensiero, impedendo il corto circuito tra evento ed emozione che innesca la reazione automatica “tagliando fuori” il pensiero.
 
L’unico modo per farlo è riconoscere la situazione e l’emozione che innesca, e allo stesso tempo imporsi un TIME-OUT (o, nei casi in cui le conseguenze possono essere più importanti, addirittura uno STOP).
Ricordare cosa si era deciso di fare e quindi metterlo in atto, fosse anche soprassedere e darsi il tempo di dare una risposta in un altro momento. Occorre ricordare che anche la riflessione è un’azione, solo che è meno evidente all’esterno, ma spesso più foriera di cambiamenti.
 
Più volte ripeteremo il nuovo schema e più solidificheremo e amplieremo il nuovo sentiero neuronale. Con le ripetizioni della nuova abitudine anche l’autostrada neuronale della vecchia abitudine cadrà in disuso, e sarà man mano più facile e veloce mettere in atto il nuovo comportamento, fino a che esso diventa una nuova abitudine.

By mariateresa

10 Luglio 2014 in Blog, In Evidenza

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LAVORO: QUO VADIS?

Tre aspetti allarmanti dell’economia mondiale che furono evidenziati nel lontano 1994 da Hobsbawm (che cito a piene mani) si sono puntualmente realizzati, tanto che riportando ora le sue considerazioni, la coniugazione al tempo presente dei verbi si adatta alla perfezione al nostro momento attuale:

  1. La tecnologia continua ad espellere dalla produzione di beni e servizi il lavoro umano, senza garantire un tasso di crescita economica sufficiente ad assorbirli in altri settori;
  2. La globalizzazione fa sì che l’industria si sposti dai centri dei paesi ricchi a quelli poveri, ove braccia e meni costano molto meno; come conseguenza c’è lo spostamento del lavoro dalle regioni con alti salari a quelle con bassi salari, e il calo dei salari delle prime regioni a causa della concorrenza salariale mondiale. Questo travaso produrrà conseguenze sociali esplosive.
  3. Il terzo aspetto preoccupante è legato al precedente: il trionfo della dimensione mondiale dell’economia e dell’ideologia liberista pura hanno rimosso quasi tutti gli strumenti di azione dei singoli stati che servivano a gestire gli effetti sociali di questo travaso.

(a proposito di questo terzo punto, guarda questo breve filmato e dimmi che ne pensi: I vasi comunicanti del reddito e del lavoro )
 
Le economie di consumo di massa hanno bisogno di consumatori con redditi sufficienti per poter acquistare beni di consumo durevoli e ad alta tecnologia. Questi redditi sono diventati ora a rischio perché finora i Paesi ricchi hanno stabilizzato il mercato di massa grazie allo spostamento della manodopera dall’industria al terziario da un lato, e ai trasferimenti finanziari dello Stato dall’altro.
Ma ora questi due fattori stabilizzanti sono minati, perché il terziario non è più stabile come prima e il costo dei servizi sociali e assistenziali è diventato troppo alto e deve essere ridotto.
 
Hobsbawm afferma che «assumendo la prospettiva mondiale implicita nel modello del liberismo economico, le disuguaglianze dello sviluppo economico sono irrilevanti, a meno che non si possa dimostrare che producono a livello globale più risultati negativi che positivi».
In termini che egli definisce brutali, ciò significa che «se l’economia mondiale può abbandonare una minoranza di paesi poveri, in quanto economicamente non interessanti e privi di importanza, può anche operare allo stesso modo con le persone povere all’interno dei confini di ogni paese, finché il numero dei consumatori potenzialmente interessanti resta abbastanza grande.»
 
La controindicazione a questa prospettiva, al di là dell’ovvio aspetto morale, è che così non possiamo evitare le conseguenze politiche e sociali degli sconvolgimenti economici mondiali: un’economia di libero mercato senza restrizioni né controllo non può offrire nessuna soluzione ai problemi che viviamo. Semmai può peggiorare i fenomeni della disoccupazione e sottoccupazione permanenti.
Infatti, le aziende orientate al profitto optano per la scelta razionale di ridurre il più possibile il numero di dipendenti e tutti i costi annessi a tasse e sicurezza sociale.
 
Come venirne fuori è già una bella domanda. Ma altrettanto sfidante è chiedersi chi potrebbe decidere il da farsi per venirne fuori. Hobsbawm sottolinea la difficoltà nel dare una risposta al quesito di come dovrebbero essere i rapporti tra dirigenti responsabili delle decisioni collettive e i popoli. Sappiamo, sottolinea anche l’Autore, che molte delle decisioni che devono essere prese saranno impopolari in un momento di tensioni sociali e insicurezze.
Lo studioso individua due opzioni:

  1. La procedura decisionale dovrà eludere i condizionamenti costanti del processo elettorale sulle attività di governo; le autorità che devono essere rielette tenderanno sempre più a celarsi e mimetizzarsi per confondere l’elettorato;
  2. Ricreare quel tipo di consenso che permette alle autorità di agire in sostanziale libertà, finché la maggioranza dei cittadini non ha seri motivi di essere scontenta; è un modello che richiama quello di Napoleone III e che consiste nella elezione democratica di un salvatore del popolo o di un regime che salvi la nazione.

Hobsbawm conclude ricordando «quanto sia stata straordinariamente povera la comprensione della realtà da parte di coloro che nel corso del secolo hanno preso le decisioni più importanti […] Il futuro non può essere una continuazione del passato e vi sono segni che noi siamo giunti a un punto di crisi storica. Le forze generate dall’economia tecnico-scientifica sono ora abbastanza grandi da distruggere l’ambiente, cioè le basi materiali della vita umana. Le stesse strutture delle società umane, comprese alcune basi sociali dell’economia capitalista, sono sul punto di essere distrutte dall’erosione di ciò che abbiamo ereditato dal passato della storia umana. Il mondo rischia sia l’esplosione che l’implosione. Il mondo deve cambiare».

By mariateresa

2 Maggio 2014 in Blog

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Quotidiana Incapacità manageriale

I fatti: stamattina ho telefonato al negozio xxx per chiedere la disponibilità di una taglia superiore di alcune magliette acquistate il giorno precedente per mio figlio, per poterle cambiare. La commessa gentilmente controlla la disponibilità al computer, me la conferma e io le chiedo di mettermele da parte il tempo di un’oretta, le passerò a prendere.
 
Mentre mi reco al negozio, la titolare vede la richiesta di magliette annotata dalla commessa (che non le ha materialmente prese in magazzino e messe da parte, ma ha scritto un appunto di richiesta) ed emette un ordine on-line al fornitore, dando per scontato che in giacenza non ce ne fossero.
Vado quindi al negozio per ritirare le magliette e succede questo: la titolare rimprovera la commessa davanti a me (in tono peraltro garbato) per aver appuntato una richiesta di magliette invece che prepararle alla cassa e scaricarle dalla giacenza del magazzino. La commessa si scusa dicendo che in quel momento non aveva avuto il tempo di farlo subito, vista la presenza di altri clienti.
 
Considerazioni:

  1. Mai rimproverare un dipendente (o collega) davanti ad altri e tantomeno davanti ai clienti. Questo lo sappiamo tutti, ma chissà perché spesso invece lo si fa. Azzardo un’ipotesi: ci piace scaricare la rabbia umiliando l’altro davanti ad un “pubblico”.
  2. Se la titolare fosse stata più “customer oriented”, davanti alla cliente avrebbe almeno potuto dire alla commessa “non dovevi dire alla signora di venire senza essere sicura di avere la merce mettendola da parte alla cassa, la signora ha rischiato di venire fin qui per niente, le avresti fatto perdere tempo”. Invece lei era preoccupata solo dei suoi interessi, di evitare di ordinare merce in più in magazzino (cosa condivisibile, ci mancherebbe, ma che doveva fare parte del feedback dato in privato alla commessa, subito dopo la mia uscita dal negozio).
  3. Il risultato è stato per la titolare: umiliare la commessa, rischiare di non fidelizzare un cliente (era la prima volta che mi recavo in quel negozio), arrabbiarsi senza canalizzare l’irritazione in modo funzionale (mancanza di assertività…)
  4. Il risultato per me: materiale di osservazione e… per scrivere questo post!

By mariateresa

4 Aprile 2014 in Blog, In Evidenza

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CASALINGHE DISPERATE

“Dopo un anno di mail e telefonate – invariabilmente amichevoli, tempestive, piagnucolose e minatorie – un produttore teatrale mi aveva pagato un monologo di venti pagine. Era stato il frutto di un lungo lavoro d’astuzia. (…) Una cifra ridicola se si considera che dietro c’è stato un lavoro. Ecco il punto. Ormai la relazione causa-effetto tra la prestazione e il compenso è venuta meno. Non esiste più. Tu non hai mai lavorato per questa gente, però ogni tanto, chissà perché, questa gente ti fa un regalo”.
 
Massimiliano Virgilio, nel suo libro “Arredo Casa e poi m’impicco” (Rizzoli, 2014), descrive così l’esito frustrante dell’inseguimento di un incarico di lavoro da parte del protagonista.
 
Ecco, mentre leggevo questo passaggio, mi è venuto in mente un pensiero a braccetto con un senso di frustrazione misto a irritazione. Ho pensato al lavoro (e sottolineo lavoro) di casalinga che, chi più chi meno, tocca a tutte noi donne (chissà perché per forza alle donne).
 
Casalinga, ovvero: cuoca, cameriera, rammendatrice, guardarobiera, stiratrice, giardiniera, segretaria, consigliera, amministratrice, bambinaia, educatrice, insegnante, badante, infermiera, autista, facchino, fattorino, sbriga faccende noiose, spalla per frignate dei rampolli, parafulmine per frustrazioni lavorative (dei coniugi e/o compagni)…
 
Tutto dovuto, tutto sottinteso, tutto garantito. Certo, lo facciamo per affetto, per senso della famiglia, finanche per senso del ‘dovere’. Ma al costo di un’assenza pressoché totale di riconoscimento sociale, nel senso che non ci viene riconosciuto il valore sociale (e monetario) di ciò che facciamo.
 
Come se l’immagine comune fosse, appunto, che noi non abbiamo “mai lavorato per questa gente, però ogni tanto, chissà perché, questa gente ci fa un regalo”.

By mariateresa

27 Marzo 2014 in Blog

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Giuseppe Verdi, un esempio di eccellenza e resilienza

La fortuna è l’incontro tra preparazione e opportunità, ma è anche aiutata dalla resilienza.
Il Maestro ci offre un esempio illustre. A cominciare dalla sua determinazione nell’inseguire un sogno: nonostante la bocciatura agli esami di ammissione al conservatorio per «scorretta posizione della mano nel suonare e per raggiunti limiti di età. Ha 18 anni.[…]» (fonte: giuseppeverdi.it).
 
Motivazione bizzarra, visto che Verdi si era presentato come compositore e non come pianista. Lui non si dà per vinto. Trova chi lo sostiene, non come aiuto che “cade dall’alto” come fosse una vincita alla lotteria, ma come incrocio felice tra talento, volontà, duro studio, caparbietà nel perseguire la propria meta e opportunità che la vita spesso ci offre e che noi dobbiamo essere pronti a cogliere.
 
Ian Ardui in un congresso cui partecipai qualche anno fa disse: «Se mi preparo bene, ci sarà un momento in cui le cose andranno bene. Il miglior modo per raggiungere l’obiettivo velocemente è rallentare: c’è un momento giusto per le cose, ci vuole sensibilità per il momento giusto. Quindi: prepararsi e cogliere l’opportunità».
 
Avete un sogno? Coltivatelo! Non importa che età avete e qual è la vostra situazione di vita. Preparatevi al meglio che potete, sempre, non demordete. E nello stesso tempo alzate le antenne e osservate bene ciò che avviene intorno a voi. Raccogliete informazioni, chiedete, osservate. E intanto preparatevi.
 
Leggete la storia di Verdi (o di chiunque raggiunga l’eccellenza in qualsiasi campo). Allenatevi all’eccellenza. Chi è eccellente è disciplinato, focalizzato, non ha paura di fare migliaia di volte la stessa cosa. È dedicato, orientato all’obiettivo, a dare un senso e un significato alla propria esistenza.
Verdi non riesce a godere del discreto successo della sua prima opera alla Scala, visto che gli muoiono figli e moglie, e per di più in quei momenti di grande abbattimento deve per forza terminare un’opera comica che gli era stata commissionata (e che sarà un fiasco). Voi che avreste fatto al suo posto? Lui non volle più comporre musica. Ma il libretto e la storia del Nabucco gli fecero cambiare idea.
Così torna il tema del significato, del senso di ciò che si fa. Verdi lavorò alacremente all’opera, terminandola velocemente. E fu un trionfo.
 
Ricordate le chiavi della resilienza? “Gli obiettivi non sono solo assolutamente necessari per motivarci. Sono essenziali per mantenerci vivi.” (post La Strategia Dell’Orso Bianco )
 
Parlo di obiettivi a lungo termine, traguardi di vita, ciò che ci dà senso. I più grandi, come Verdi, vanno oltre: sono socialmente impegnati e pensano a chi ha più bisogno.
Senza significato proviamo tristezza, noia, cinismo, superficialità, pessimismo.
Senza significato viviamo senza essere vivi.

By mariateresa

7 Novembre 2013 in Blog

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PMI – 4a puntata: Idee guida per il rilancio dell’innovazione

Nuova sperimentazione diffusa
Più che alla numerosità delle PMI, il problema prevalente del sistema produttivo italiano sembra essere, per Ghiringhelli e Pero, il suo posizionamento, che resta ancora centrato su attività tradizionali, a bassa innovazione e investimenti tecnologici, bassi livelli medi di capitale umano e insufficienti competenze organizzative e manageriali. Secondo Gambardella, citato dagli autori, «il rilancio deve focalizzarsi sulla capacità di tradurre le innovazioni in usi reali nel mercato e sulla ricerca di applicazioni economicamente rilevanti di tecnologie già esistenti».
 
Più che ricerca e sviluppo di base, fare ricerca applicata, quindi. Per la crescita complessiva del Paese è più importante aumetare la produttività dei settori deboli che spingere avanti la frontiera di quelli più avanzati. Occorre sostenere e premiare la sperimentazione (che porta in sé anche inevitabili fallimenti) mentre il mercato premia il successo finale, e questo sostegno non lo può fare solo il sistema mercato. Una via possibile è, per fare un esempio, lo spin-off (la cui creatura risultante può però diventare un concorrente). Occorre una valida e coerente gestione della proprietà intellettuale (a proposito, gli avvocati Elena Martini e Eva Callegari sono delle vere esperte al riguardo).
 
Design-driven innovation
È un modello di innovazione aperta indotta da un processo di creazione di nuovi significati. È un’innovazione che non viene dal mercato né dal progresso tecnologico, piuttosto crea nuovi mercati. Questo tipo di innovazione propone nuovi significati grazie a un processo (tacito) basato su reti di interazioni (non codificate) costituite da figure professionali variegate che sono interpreti del contesto in cui viviamo.
Un esempio chiarificatore è portato dagli autori illustrando in tal senso il caso Alessi: l’azienda ha trasformato i suoi oggetti da strumenti funzionali a oggetti transizionali (oggetti che acquistano valore e significato affettivo particolari e molto intensi perché ricordano il contatto con la madre—l’orsacchiotto o la famosa copertina di Linus, per fare alcuni esempi). In tal modo promuove il passaggio da un significato legato alla tradizionale funzionalità operativa a quello legato a stati psicologici profondi (guarda caso nella rete di interazioni di cui parlavo poc’anzi erano presenti anche psicologi). In questo modo, l’innovazione è frutto di un mix tra creatività e convergenza di conoscenze e specializzazioni diverse orientate ad un progetto consapevole.
Altro esempio Artemide, dove tutto nasce da una domanda diversa: non «Come migliorare il modo di sostituire le lampadine?» bensì «Come far sentire meglio una persona quando torna a casa alla sera?». Qui l’innovazione è esperienziale, invece che funzionale.
E ancora: B&B grazie al poliuretano espanso di Bayer ha innovato le forme della poltrona (Up5) e anche dell’esperienza della consegna (un sacco sottovuoto), o Kartell (sempre in collaborazione con Bayer) e la sua libreria che prende la forma che si vuole (stimolando la creatività del Cliente e facendolo sentire membro di un’èlite culturale.
Insomma, nella società moderna, affermano gli autori, ciò che ha più valore è la conoscenza, la creatività e l’esperienza. Design è dare senso alle cose: da un’innovazione tradizionale user-centered alla design-driven che si àncora al contesto di vita.
Questo approccio vale anche in qualsiasi altro ambito, come mostra l’esempio di Maclodio Filati che produce filati ricavati da mais, legno, latte, zucchero, esplorando sempre nuove applicazioni di tecnologia avanzata nel tessile.
 
Le PMI nelle reti aperte di innovazione: quali condizioni?
Nel classico modello centrato sul distretto tradizionale i rischi sono:

  • perdere ogni contatto con il mercato finale e non cogliere segnali di cambiamento dall’esterno
  • restar intrappolati in un disegno strategico gestito da altre imprese
  • sviluppare dipendenza verso le imprese leader

Il modello dell’open innovation è particolarmente interessante per le piccole dimensioni delle PMI e la loro flessibilità, a patto di accedere a reti di innovazione e presidiare modelli di business che innovino a partire dal piano strategico. Sono centrali le capacità dell’imprenditore, il suo orientamento e la sua cultura gestionale, come vedremo nel prossimo post.

By mariateresa

27 Settembre 2013 in Blog

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