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LAVORO: QUO VADIS?

Tre aspetti allarmanti dell’economia mondiale che furono evidenziati nel lontano 1994 da Hobsbawm (che cito a piene mani) si sono puntualmente realizzati, tanto che riportando ora le sue considerazioni, la coniugazione al tempo presente dei verbi si adatta alla perfezione al nostro momento attuale:

  1. La tecnologia continua ad espellere dalla produzione di beni e servizi il lavoro umano, senza garantire un tasso di crescita economica sufficiente ad assorbirli in altri settori;
  2. La globalizzazione fa sì che l’industria si sposti dai centri dei paesi ricchi a quelli poveri, ove braccia e meni costano molto meno; come conseguenza c’è lo spostamento del lavoro dalle regioni con alti salari a quelle con bassi salari, e il calo dei salari delle prime regioni a causa della concorrenza salariale mondiale. Questo travaso produrrà conseguenze sociali esplosive.
  3. Il terzo aspetto preoccupante è legato al precedente: il trionfo della dimensione mondiale dell’economia e dell’ideologia liberista pura hanno rimosso quasi tutti gli strumenti di azione dei singoli stati che servivano a gestire gli effetti sociali di questo travaso.

(a proposito di questo terzo punto, guarda questo breve filmato e dimmi che ne pensi: I vasi comunicanti del reddito e del lavoro )
 
Le economie di consumo di massa hanno bisogno di consumatori con redditi sufficienti per poter acquistare beni di consumo durevoli e ad alta tecnologia. Questi redditi sono diventati ora a rischio perché finora i Paesi ricchi hanno stabilizzato il mercato di massa grazie allo spostamento della manodopera dall’industria al terziario da un lato, e ai trasferimenti finanziari dello Stato dall’altro.
Ma ora questi due fattori stabilizzanti sono minati, perché il terziario non è più stabile come prima e il costo dei servizi sociali e assistenziali è diventato troppo alto e deve essere ridotto.
 
Hobsbawm afferma che «assumendo la prospettiva mondiale implicita nel modello del liberismo economico, le disuguaglianze dello sviluppo economico sono irrilevanti, a meno che non si possa dimostrare che producono a livello globale più risultati negativi che positivi».
In termini che egli definisce brutali, ciò significa che «se l’economia mondiale può abbandonare una minoranza di paesi poveri, in quanto economicamente non interessanti e privi di importanza, può anche operare allo stesso modo con le persone povere all’interno dei confini di ogni paese, finché il numero dei consumatori potenzialmente interessanti resta abbastanza grande.»
 
La controindicazione a questa prospettiva, al di là dell’ovvio aspetto morale, è che così non possiamo evitare le conseguenze politiche e sociali degli sconvolgimenti economici mondiali: un’economia di libero mercato senza restrizioni né controllo non può offrire nessuna soluzione ai problemi che viviamo. Semmai può peggiorare i fenomeni della disoccupazione e sottoccupazione permanenti.
Infatti, le aziende orientate al profitto optano per la scelta razionale di ridurre il più possibile il numero di dipendenti e tutti i costi annessi a tasse e sicurezza sociale.
 
Come venirne fuori è già una bella domanda. Ma altrettanto sfidante è chiedersi chi potrebbe decidere il da farsi per venirne fuori. Hobsbawm sottolinea la difficoltà nel dare una risposta al quesito di come dovrebbero essere i rapporti tra dirigenti responsabili delle decisioni collettive e i popoli. Sappiamo, sottolinea anche l’Autore, che molte delle decisioni che devono essere prese saranno impopolari in un momento di tensioni sociali e insicurezze.
Lo studioso individua due opzioni:

  1. La procedura decisionale dovrà eludere i condizionamenti costanti del processo elettorale sulle attività di governo; le autorità che devono essere rielette tenderanno sempre più a celarsi e mimetizzarsi per confondere l’elettorato;
  2. Ricreare quel tipo di consenso che permette alle autorità di agire in sostanziale libertà, finché la maggioranza dei cittadini non ha seri motivi di essere scontenta; è un modello che richiama quello di Napoleone III e che consiste nella elezione democratica di un salvatore del popolo o di un regime che salvi la nazione.

Hobsbawm conclude ricordando «quanto sia stata straordinariamente povera la comprensione della realtà da parte di coloro che nel corso del secolo hanno preso le decisioni più importanti […] Il futuro non può essere una continuazione del passato e vi sono segni che noi siamo giunti a un punto di crisi storica. Le forze generate dall’economia tecnico-scientifica sono ora abbastanza grandi da distruggere l’ambiente, cioè le basi materiali della vita umana. Le stesse strutture delle società umane, comprese alcune basi sociali dell’economia capitalista, sono sul punto di essere distrutte dall’erosione di ciò che abbiamo ereditato dal passato della storia umana. Il mondo rischia sia l’esplosione che l’implosione. Il mondo deve cambiare».

By mariateresa

2 maggio 2014 in Blog

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