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Attenzione ai piccoli segnali!

Io, Io, Io e poi Io…Dal sacchetto in coda alla strage dei giovani?
 
“Giovane colpito da una coltellata perché intralciava la strada” (Repubblica, 17 agosto 2017)
“Picchiato in disco, è in coma” (Corriere della sera, 17 agosto 2017)
“Pugni e calci, così è stato ucciso Niccolò” (Corriere della sera, 16 agosto 2017)
“A te handicappato che ieri hai chiamato i vigili per non fare due metri in più vorrei dirti questo: a me 60 euro non cambiano nulla, ma tu rimani sempre un povero handicappato. Sono contento che ti sia capitata questa disgrazia”. (Repubblica, 20 agosto 2017)
 
Supermercato stamattina: una signora, evidentemente di fretta, passa veloce a fianco della mia cassa self-service, quella dove ci sono i sacchetti a disposizione dei clienti, contrariamente alle casse con cassiera. Afferra un sacchetto mentre io sono intenta a passare la merce nel lettore automatico. Peccato che nel sacchetto ci fossero già alcuni dei miei acquisti. Se ne accorge e con un gesto di fastidio lo ripone e ne prende un altro. L’espressione sulla sua faccia diceva “uffa, che palle, questa qui perché non si leva dai piedi?”
Facciamo un rewind cambiando un po’ il copione? La signora dice: “Mi scusi signora, posso prendere un sacchetto?”, Io: “Ma certo, ecco qui!” mostrando quelli vuoti a disposizione…Magari!
 
In questo frangente è naturalmente solo questione di educazione, ma si tratta di un “piccolo segnale”.
Infatti la questione è più profonda e svela il livello di narcisismo che spessissimo raggiunge livelli estremi nei nostri giorni: esisto solo io, gli altri al massimo li considero solo nel momento in cui mi servono, e allora li uso, oppure che si tolgano dalle scatole, con ogni mezzo!
 
Magari con la violenza fisica, e non solo verbale, appunto. Tanto ci siamo abituati da quando eravamo bambini.
 
Giorni fa, in un self-service autostradale ho osservato i cartoni animati che una bimba stava vedendo su un canale dedicato ai cartoon: oltre ad essere palesemente brutti a livello estetico, questi cartoon hanno un contenuto di violenza inaudito, oltretutto calata in situazioni normali e quotidiane. Il cartoon era ambientato guarda caso in un supermercato, dove i protagonisti se le davano a turno di “santa ragione” e con cattiveria per un nonnulla. Inutile dire che tra l’altro il cartoon era infarcito di segnali commerciali subliminali, ma questa non è una novità.
Purtroppo nessuno impedisce che questi cartoon non vengano messi in circolazione.
 
Ci siamo assuefatti, siamo finiti come la rana bollita.

By mariateresa

21 agosto 2017 in Blog, In Evidenza

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Arrabbiati?


La rabbia è un sentimento potente, spesso accettato o addirittura valorizzato in certe culture.
E’ naturalmente utile quando ci fornisce l’energia necessaria per far fronte ad un reale attacco nei nostri confronti. Se utilizzata in modo consapevole e funzionale alla soluzione di un problema, o alla difesa dei nostri confini, nel rispetto della nostra ed altrui dignita, èsenz’altro una risorsa.
Ma quando ci sono conseguenze non utili o addirittura controproducenti per chi la prova o per chi la fa subire agli altri, questo potente sentimento diventa un boomerang.
 
Ad esempio ci ritroviamo a reagire in modo esagerato rispetto all’evento, comportandoci in un modo di cui ci pare non aver pieno controllo, subendone o facendo subire ad altri le conseguenze negative. Oppure proviamo un sordo rancore senza individuare l’origine di questo sentimento. Ecco che allora è più che mai importante utilizzare la rabbia come via di cambiamento.
Ciò è possibile se riusciamo a sfruttarla per ottenere maggiore chiarezza riguardo certe nostre modalità di porci nei rapporti.
 
Tutti noi abbiamo delle modalità prevedibili e piuttosto costanti di rapportarci con determinate persone o di reagire in determiate situazioni che ci stimolano un sentimento di rabbia. In situazioni che hanno caratteristiche simili ci ritroviamo, nostro malgrado, a percorrere delle strade comportamentali ripetitive.
 
E’ come se scattasse un corto circuito. Ci potremmo accorgere per esempio che quando nostra madre, o il compagno, o quella amica, o nostro figlio, reagiscono in un certo modo, oppure ci guardano con ‘quella faccia’, noi reagiamo rabbiosamente senza riuscire a cambiare il nostro atteggiamento. E soprattutto dando la colpa esclusivamente all’altro, o alla sfortuna, o alle circostanze…
Il problema nasce anche quando siamo incapaci di osservare e cambiare comportamento pur essendoci resi conto del motivo che ci causa rabbia o ci mantiene bloccati.
 
Naturalmente nelle relazioni noi umani siamo molto bravi ad intergire con modalità che sembrano fatte apposta per ‘incastrarsi’ reciprocamente e per far lievitare in modo esponenziale le reciproche reazioni. E’ così che spesso esplodono autentiche “burrasche”.
 
E’ interessante chiedersi qual è lo schema ricorrente di botta e risposta. E’ un po’ come una danza con passi abbastanza prevedibili, solo che ce ne accorgiamo ‘dopo’, quando ormai la rabbia ha preso il sopravvento e la frittata è fatta, e spesso ci sorprendiamo a dirci “ma non mi era già successo?”
 
Voglio farvi un esempio molto comune di modalità relazionale ‘rischiosa’: ‘Il triangolo ’ Questo si forma ad esempio quando una terza persona viene coinvolta per attenuare l’intensità problematica instaurata tra le altre due. Purtroppo il triangolo è una situazione piuttosto stabile e frequente.
Si può tuttavia evitare di stabilire un triangolo rispettando alcune regole che riportano alla responsabilità individuale, ad esempio:
 
1. Quando si è in collera con qualcuno è direttamente con questa persona che bisogna parlarne, non se ne devono coinvolgere altre.
2. Parlare per se stessi, evitando di coinvolgere altri con frasi del tipo “il tuo capoufficio dice che è difficile lavorare con te”, oppure “papà dice che sei stato scortese con tua sorella”. Dire invece: “ho difficoltà a lavorare con te”, oppure “penso che tu sia stato scortese con tua sorella”. Suona diversamente, non è vero?
3. Distinguere tra privacy e segretezza: non chiedere a qualcuno di diventare nostro complice a scapito di un’altra persona.
4. Ogni membro della famiglia deve avere un rapporto individuale con ogni altro famigliare, senza cercare “mediazioni”.
 
Quando una persona ci invita in un triangolo cercando per esempio di tirarci dalla sua parte a discapito dell’altra persona, per esempio chiedendo consigli o ‘sfogandosi’, è bene rimanere serenamente distaccati esprimendo fiducia ad entrambe le parti.
Dicendo per esempio: “Non saprei veramente cosa sta succedendo tra voi ma credo che insieme possiate risolvere il vostro problema.” Oppure: “quando sono con te mi piace parlare di ciò che ti riguarda e quando sono con lui/lei mi piace parlare di ciò che lo/la riguarda”.
 
Ricordiamoci che noi esseri umani abbiamo sempre preferito individuare capri espiatori piuttosto che cercare di capire cosa non ha funzionato. La nostra sfida è utilizzare intelligentemente la nostra rabbia per cambiare. Con tenacia e pazienza: i cambiamenti duraturi necessitano di allenamento, proprio come i nostri muscoli.

By mariateresa

17 febbraio 2016 in Blog, In Evidenza

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Capi collerici, collaboratori vessati e reazioni a catena

Cosa vi suggerisce la vignetta? Il papà se la prende a malo modo con la mamma, che se la prende con il figlio, che a sua volta infierisce sul povero animaletto di casa… il quale non può fare altro che subire, fare cioè quello che fa il figlio con la mamma, la mamma col papà, il papà col suo capo in ufficio ecc., ecc.
O, se preferite pensare a una situazione lavorativa: il direttore se la prende con il capo servizio, il capo servizio con il quadro, il quadro con il collaboratore, che una volta rientrato a casa se la prende con la moglie, ecc., ecc.
 
Vi dice qualcosa? Una sorta di reazione a catena, che l’Analisi Transazionale spiega molto bene…
 
Sta di fatto che quando nei rapporti tendiamo a utilizzare prevalentemente delle modalità “genitoriali”, è assai probabile che attiveremo nel nostro interlocutore modalità il più delle volte “infantili” (e viceversa). In alcune situazioni relazionali saremo portati ad attivare le nostre modalità genitoriali, in altre quelle infantili. Le nostre modalità genitoriali “spontanee” sono quelle che prevalentemente metteremo in atto quando ci troviamo a ricoprire un ruolo o siamo in un contesto che ci porta in una posizione dominante sull’altro.
 
Se le nostre modalità genitoriali “spontanee” sono prevalentemente dure, impositive, autoritarie, intimidatorie (almeno fino ad un certo punto), succederà che quando ci troviamo a ricoprire un ruolo o siamo in un contesto che ci porta in una posizione dominante sull’altro, è estremamente facile attivare automaticamente proprio queste modalità.
Sicuramente avremo anche modalità affettive spontanee, che fanno parte del nostro modo di essere e che attiveremo in determinate situazioni.
 
Niente di male se ciò avviene nelle situazioni in cui queste modalità sono più che giustificate (a chi non piace essere coccolato quando è malato? o che gli vengano comunicati in modo chiaro, ma rispettoso, i limiti entro cui può agire?).
Diventa un problema però se la situazione s’inchioda lì, se cioè in determinate relazioni un soggetto è quasi perennemente genitoriale (comanda, dispone, mette limiti, critica, oppure corre in soccorso anche quando non ce ne sarebbe oggettivamente bisogno), mentre l’altro si “sottomette”. La relazione diventa sbilanciata quasi costantemente (uno up e l’altro down) e raramente raggiunge una situazione paritaria.
 
Questo sbilanciamento avviene spesso quando c’è un rapporto di dipendenza.
Quando una persona attiva prevalentemente uno stato infantile “sottomesso” o “ribelle” (in AT diciamo che attiva lo Stato dell’Io Bambino Adattato), può mettere in atto resistenze passive, commettere errori, protestare, può ricorrere all’assenteismo o a forme di conflitto più aspre. In alcuni casi può addirittura cadere vittima di patologie psicosomatiche.
Nelle situazioni in cui sia presente una gerarchia di ruoli, questo Stato dell’Io stimola nel superiore gerarchico l’attivazione dello Stato dell’Io complementare, quello genitoriale (in AT diciamo Stato dell’Io Genitore, il più delle volte quello Normativo, più che Affettivo).
 
Questa situazione di sbilanciamento tende a riprodursi nelle altre relazioni, perché chi attiva lo stato infantile nelle relazioni in cui si sente “down” (o lo è per ragioni di posizione gerarchica), contemporaneamente “disattiva” il proprio stato genitoriale, che invece “sfogherà” quando si sentirà, o sarà, in una posizione “up”. Chi invece attiva lo stato genitoriale nelle relazioni in cui si sente “up” (o lo è per ragioni di posizione gerarchica), contemporaneamente “disattiva” il proprio stato infantile, che invece emergerà quando si sentirà, o sarà, in una posizione “down”.
 
Si crea così una catena a reazione, come quella familiare illustrata nella vignetta.

By mariateresa

11 luglio 2013 in Blog

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Triangoli, Giochi e Uscite di Sicurezza

Vi è mai capitato di assistere alla seguente scena?
Un gruppo di amiche si ritrova a chiacchierare. Ad un certo punto una di loro (che chiameremo Nilla) con tono tra il preoccupato e il lamentoso butta lì la frase:
“Anche ieri Giovanni non è tornato a casa a cena dicendo che aveva da lavorare fino a tardi…mi sento veramente giù…..”
 
Al che le amiche assumono un’aria contrita e comprensiva. Dopo un breve silenzio esordisce una:
“Hai provato a farti vedere un po’ più arrabbiata e a chiedere fino a quando durerà stà storia?”
“Si, ma lui è sempre molto convincente e si scusa dicendo di avere pazienza…”
 
Salta su un’altra amica: “Allora prova a chiedergli fino a quando dovrai avere pazienza!”
“Si, ma se glielo dico mi dice che non sono comprensiva e lui lavora per tutti e due, e che sono un’ingrata e via dicendo e….”
 
L’altra amica più decisa: “Eh, no cara mia. Glielo devi proprio dire che il tempo per voi è importante come quello sul lavoro!”
“Si, ma lui mi dice che senza il lavoro non sapremmo cosa farne del tempo, non avremmo i soldi per fare qualcosa insieme”
“Ma si può fare anche altro che non costa nulla, dài, cerca di capire”
“Si, ma lui quando viene a casa è troppo stanco”
 
….. Le battute proseguono con ritmo sempre più incalzante e le amiche si stanno innervosendo via via sempre più.
Fino a che si ritrovano a corto di idee e cala un silenzio imbarazzante.
Ognuno prova sentimenti “strani”, inaspettati e in contrasto con l’atmosfera calda che si respirava all’inizio. Le amiche consigliere si sentono frustrate e c’è chi darebbe volentieri una “pedata” alla cara amica e chi invece rimugina sulla propria incapacità ad aiutare.
La cara Nilla, dal canto suo, si sente segretamente trionfante. Cosa è successo?
 
E’ successo che avete assistito (o avete partecipato) a un gioco psicologico.
 

La parte “bambina” di Nilla è convinta che tutti la vogliano dominare e cerca attraverso il gioco di rassicurarsi che non riusciranno nell’intento.
Ma c’è di più: in questo modo evita di prendere attivamente delle decisioni e impegnarsi per risolvere i problemi della sua vita (il rapporto con Giovanni). L’emozione strana, diversa da quella di partenza, che Nilla prova quando cala il silenzio e le amiche rinunciano a dare consigli, è il segnale che il gioco ha “funzionato”: il sentimento di trionfo significa che la sua “bambina” dentro di lei sta dicendo “Non siete riuscite a farmi fare quello che volete! Sono riuscita a non farvi sentire utili”.
 
Le amiche invece erano partite da vere “Salvatrici” e ora si ritrovano anche loro con uno strano cambio di emozioni. Ora sono frustrate e arrabbiate, provano un non velato risentimento o un senso di impotenza. Sono diventate “Vittime” del gioco. Mentre Nilla ora è una trionfante “Persecutrice”.
 
Ognuna di loro ha fatto un bel “giretto” di danza sul triangolo Vittima Salvatore Persecutore: chi era Vittima è diventata Persecutrice; chi era Salvatrice diventa Vittima.
 
Cosa si potrebbe fare per non cadere nel gioco?
Astenersi dal dare consigli (NON richiesti).
Nilla, se ci fate caso, dal punto di vista letterale non sta chiedendo nulla (ma poi scoprirà le carte quando le amiche cercheranno di offrirle consigli), sembra stia solo sfogandosi. L’ascolto e la vicinanza, senza offrire consigli, può essere una soluzione. Seguita da una richiesta del tipo “Posso fare qualcosa per te?” o “Come posso aiutarti?”.
 
Se invece ci troviamo già invischiati nel gioco (perché abbiamo cominciato ad offrire consigli (non richiesti, si badi bene), e ci accorgiamo che la persona rifiuta ogni suggerimento cominciando una serie di “Si, ma”, possiamo uscire dal gioco offrendole fiducia e comprensione, per esempio così:
 
“Comprendo la tua frustrazione e mi dispiace per te. Però sono sicura, cara Nilla, che troverai il modo giusto per affrontare il problema con Giovanni, e ti auguro di tutto cuore di riuscirci al più presto e al meglio”.
 
Attenzione: se Nilla è una giocatrice incallita potrebbe avere una reazione spiacevole. Impedire a un giocatore di giocare, significa infatti da una parte dimostrargli fiducia e stima nelle sue possibilità di persona adulta, ma dall’altra anche di “costringerlo” a comportarsi come tale. E chi gioca duro è dominato, nel momento in cui gioca, dalla propria parte bambina; la sua parte adulta in quella stessa situazione è decisamente latitante!

By mariateresa

6 febbraio 2013 in Blog

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Espedienti per non pagare il conto …

Tra i meccanismi mentali che stanno alla base della responsabilità, cioè della nostra capacità di rispondere agli altri delle conseguenze delle nostre azioni, sta la capacità di immaginare e prevedere queste conseguenze.

Le nostre azioni seguono, nella migliore delle ipotesi, delle norme morali basate su un sistema di valori che abbiamo fatto nostro assorbendolo pian piano prima dalle figure importanti nella nostra famiglia, poi nei gruppi di coetanei, nella scuola, attraverso le istituzioni, i media, la società nella quale abbiamo vissuto e viviamo.

In teoria sembrerebbe quindi che la nostra decisione se fare o meno qualcosa segua una logica del tipo:

  1. mi piacerebbe fare una certa cosa
  2. mi chiedo se è lecito farla, secondo le regole sociali correnti e secondo il mio sistema interiore di valori
  3. se si, vedo come e se è possibile concretamente metterla in atto
  4. la faccio
  5. rispondo delle conseguenze.

Quando faccio qualcosa che va contro le norme (sociali o addirittura giuridiche) possono esserci dietro diversi meccanismi (che spiegano, ma naturalmente non giutificano il comportamnto).

Ad esempio, potrei fermarmi al punto (1) della sequenza logica:
mi piacerebbe fare una certa cosa, ma siccome non ho sviluppato bene la mia parte interiore che contiene le norme (in Analisi Transazionale diremmo il nostro Genitore Normativo positivo) e la mia parte interiore che ragiona sulle conseguenze pratiche (diremmo la nostra parte Adulta, sempre con l’Analisi Transazionale), salto il punto (2), lascio briglia sciolta al Bambino libero (negativo in questo caso) e faccio quella certa cosa, evitando accuratamente di passare al punto (5). Questo è ciò che facciamo quando siamo piccoli, proviamo un desiderio e immediatamente cerchiamo di soddisfarlo, senza domandarci null’altro.

Un po’ più complicato è invece quest’altro meccanismo:

ipotizzando di avere un sistema di valori che tenga conto di norme, regole, convenzioni sociali e tutto il resto, faccio lo stesso qualcosa che so non essere lecita, secondo i ragionamenti del punto (2).

Ma, e qui viene il bello, non mi ritengo responsabile delle conseguenze.

Cos’è successo?

E’ successo che per sfuggire alla propria censura interna e ai sensi di colpa (salvaguardando così l’autostima e l’immagine sociale) metto in atto, del tutto inconsapevolmente s’intende, dei meccanismi mentali di disimpegno morale: è come se questi meccanismi ricostruissero il racconto che facciamo a noi stessi (e agli altri) di ciò che è successo.

Vediamo questi meccanismi:

  • La giustificazione morale: giustifico la mia azione negativa ricorrendo a scopi altamente morali (‘dovevo picchiarla altrimenti avrebbe continuato a disobbedire’)
  • L’etichettamento eufemistico: metto un’etichetta rispettabile a un comportamento che non lo è (‘fare pressione’ quando in realtà è mobbing‘)
  • Il confronto vantaggioso: paragonare la propria azione con altre più riprovevoli (‘in fin dei conti gliel’ho fatto pagare il 10% in più, un altro l’avrebbe messo almeno il 20% in più…‘)
  • Lo spostamento e diffusione di responsabilità: minimizzare il proprio ruolo attivo (‘però poteva attraversare sulle strisce un po’ più in fretta…’)
  • Minimizzare le conseguenze: evitare di prendere atto del danno causato minimizzandone le conseguenze (‘… ma tanto sono ricchi ….’)
  • Deumanizzazione della vittima: non vedere l’altro come persona ma come un insieme di caratteristiche non umane o riprovevoli (vedi lager nazisti)
  • Attribuzione di colpa: ribaltare la responsabilità sulla vittima (‘se l’è voluta!’) o sulle circostanze

Da notare che questi meccanismi possono intervenire non solo per giustificare a posteriori un’azione già commessa, ma anche prima di commetterla e durante l’azione stessa.

Una premeditazione non premeditata …

By mariateresa

2 gennaio 2013 in Blog

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É l’altro che non capisce!

Certamente ci sarà capitato di parlare con qualcuno e di notare che qualcosa è andato storto nella comunicazione. E di concludere che è l’altro che ‘non capisce’. Senza presunzione di esaurire questo argomento piuttosto complesso, vorrei offrire qualche spunto di riflessione sul tema dell’ascolto. Ho notato in particolare due TRAPPOLE:

  • Se l’ascolto penserà che sono d’accordo’. Capire ciò che l’altro vuole dirci NON significa essere d’accordo. Ma per capire cosa l’altro vuol dire, occorre ascoltarlo. Quindi ascoltare (nel senso di arrivare a comprendere cosa l’altro vuol dire) NON significa essere automaticamente d’accordo con quanto l’altro ci sta dicendo o chiedendo. E questo dovrebbe farci sentire più liberi di aprire bene le orecchie …
  • É l’altro che non capisce, o non vuole capire’. Antidoto alla prima parte della frase: possiamo verificare insieme al nostro interlocutore se il messaggio è stato recepito in modo corretto (cioè aderente a quanto volevamo dire) ponendogli domande di chiarimento (tipo:‘che ne pensi? Qualcosa non ti è chiaro? Ho dimenticato qualche passaggio? Ti va di dirmi cos’hai compreso?’ ecc.). L’interlocutore potrebbe per esempio non avere tutte le informazioni necessarie e/o le competenze per comprendere il messaggio per come gli è stato inviato. Occorre perciò che noi adeguiamo il linguaggio, oppure lo arricchiamo con informazioni di contesto. Antidoto alla seconda parte della frase: vedi punto .1. Ovvero l’altro crede che capire significhi concordare, cosa che potrebbe metterlo sulla difensiva interrompendo l’ascolto.

Ci sono poi delle BARRIERE che possiamo cogliere dentro di noi mentre tentiamo di ascoltare con le orecchie (e cervello) ben aperti:

  1. Cercare continuamente di stabilire chi è più intelligente, competente, ecc. tra noi e l’altro;
  2. Prepararci mentalmente la risposta prima che l’altro abbia finito di parlare e noi ci siamo accertati di aver compreso il messaggio;
  3. Leggere nel pensiero (‘…so cosa vuoi arrivare a dire’)
  4. Ascoltare quanto basta per accertarsi se ciò che l’altro sta dicendo è un ‘pericolo’ per noi, per poi lasciare la mente libera di vagare (mentre l’altro sta ancora parlando);
  5. Pensare che l’altro non sia qualificato per dire ciò che sta dicendo, e quindi ‘tappare’ metaforicamente le orecchie.
  6. Concentrare l’attenzione alla ricerca di punti su cui dissentire;
  7. Fare qualsiasi cosa pur di non avere torto;
  8. Cogliere nel discorso dell’altro spunti per poter raccontare la propria esperienza interrompendo l’altro (‘eh lo so, a me è successo che…’)
  9. Cambiare argomento, sviando;
  10. Tranquillizzare piuttosto che ascoltare fino in fondo (‘sì, sì, ma non ti preoccupare…)

Che barriere si sono materializzate mentre leggevate il post? … beh, se siete arrivati a leggere fin qui, vi ringrazio … anche se non concordate ;-) !

 

By mariateresa

14 novembre 2012 in Blog

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Difficoltà nella coppia – 5 a 1 palla al centro …

Sappiamo che dietro alle difficoltà di una relazione, al di là delle questioni ‘oggettive’ portate dai soggetti come cause di conflitto, stanno altri fattori ben più sottili e difficilmente inquadrabili, anche perché si è direttamente coinvolti e quindi poco obiettivi. Si tratta delle cosiddette ‘emozioni distruttive’.
 
Queste emozioni, di connotazione spiacevole per entrambi, sono nominate dalla più parte dei componenti la coppia ma spesso non ne sono chiari i confini specifici. In concreto si tratta di rispondere alla domanda, apparentemente semplice ‘quali emozioni provi più spesso nella relazione con il/la partner? Come ti comporti quando ti senti così?’
 
Nella mia esperienza di counselor càpita con più frequenza di quanto possiate immaginare di soffermarmi con il cliente non solo per aiutarlo ad ascoltare e individuare le proprie emozioni, ma anche per focalizzare la propria modalità di comunicare. In molte ricerche è emerso che le emozioni distruttive all’interno delle coppie hanno a che fare soprattutto con la recriminazione, la lamentazione, la rivendicazione, il rancore e l’ostinazione.
 
Sapete distinguere quando (e magari quanto) recriminate oppure rivendicate? Un grosso aiuto ce lo dà, guardate un po’, proprio il dizionario. Vediamo cosa dice quello dell’Hoepli:
 
1. recriminare: ripensare con rammarico o stizza ad avvenimenti passati; ritorcere un’accusa contro un  accusatore; lagnarsi, lamentarsi, protestare su fatti di cui si attribuisce ad altri la colpa
2. rivendicare: affermare solennemente un diritto, un principio morale ingiustamente negato; attribuire a sé la paternità di un’azione, di un gesto, specie di pubblica risonanza
3. rancore: sentimento di odio represso
4. ostinazione: caparbietà, cocciutaggine, testardaggine, persistenza fastidiosa.
 
Attenzione: quando parlo di distinguere le azioni che portano alle emozioni distruttive intendo dire che ognuno di noi deve guardare soprattutto se stesso, NON l’altro. Gandhi diceva ‘se vuoi cambiare il mondo comincia a cambiare te stesso’, detto in altre parole ‘se vuoi il meglio, devi essere il meglio’.
 
Altrimenti finiamo per fare come la coppia portata come esempio in un seminario da un insigne studioso di comunicazione (Paul Watzlawick) per illustrare il circolo vizioso che si instaura spesso nelle coppie: ‘la moglie brontola perché il marito beve, il marito beve perché la moglie brontola, la moglie brontola perché il marito beve ecc ecc…’.
 
E allora, direte voi, non si può nemmeno litigare? Dovremmo sempre ‘fingere’ che tutto vada bene? Assolutamente no! E’ proprio la finzione uno degli elementi che porta ad atteggiamenti distruttivi come quelli visti sopra. Il conflitto e la rabbia di per sé non hanno nulla di negativo, anzi. Dipende come vengono espressi e l’utilizzo che se ne fa.
Un conflitto familiare ben esplicitato e gestito innesca anzi processi di chiarificazione e di miglioramento della relazione (date un’occhiata all’articolo precedente sulla rabbia).
 
Infine facciamo un po’ di contabilità: nelle coppie stabili e soddisfatte ogni azione negativa (che fa scaturire un’emozione negativa) deve essere controbilanciata da almeno cinque azioni positive (che fanno scaturire emozioni positive). Ovvero al fine di mantenere una relazione positiva è necessario che venga salvaguardato il ‘magico rapporto 5 a 1’. Ovvio che questo vale anche per le ‘coppie’ genitore figlio. Dunque per cominciare: dizionario alla mano (quando serve), autosservazione e… conteggio. Alla prossima!

By mariateresa

28 ottobre 2012 in Blog

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