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Il cambiamento e l’importanza di contare (almeno) fino a dieci.

Una domanda che mi fanno spesso i clienti quando hanno scoperto l’arcano che sta dietro ad un loro comportamento che non li soddisfa, è qualcosa del tipo “Sì, ma adesso cosa faccio? Come si fa a ‘cambiare’?
 
Vi è capitato di guidare un’auto col cambio automatico (se ne possedete una col cambio manuale) o viceversa? Vi è capitato sovrappensiero di cercare col piede la frizione dove non c’è (o di ‘inchiodare’ perché avete scambiato il freno per la frizione) oppure, viceversa, di aspettare serenamente che l’auto cambi marcia di sua iniziativa, rimanendo interdetti per qualche frazione di secondo finché il rumore inusuale del motore non vi ha riportato a “connettere il cervello” per realizzare che eravate voi a dover decidere di cambiare marcia?
 
Quando impariamo uno sport, un nuovo movimento, o nuove nozioni, ci rendiamo conto di quanto impegno e attenzione ciò richieda. Chissà perché invece per le questioni che hanno a che fare con le emozioni, come quelle relazionali per esempio, pretendiamo che i cambiamenti avvengano già dal momento in cui abbiamo realizzato cosa non funziona e cosa dobbiamo cambiare.
Speriamo che per il solo fatto di aver compreso cosa non funzioni e cosa invece dovremmo fare, come per incanto le cose si sistemeranno in modo automatico e senza fatica. Addirittura senza nemmeno provare più i sentimenti negativi che accompagnavano quelle situazioni.
 
In realtà, che ci piaccia o meno, le nostre azioni sono governate per la maggior parte dalle nostre abitudini. E queste possono essere cambiate solo a patto di ingaggiarsi in un percorso che richiede non solo motivazione, ma anche determinazione, costanza ed energia.
 
Le nostre abitudini sono una sorta di autostrade neuronali. Sono il frutto di una ripetizione di uno schema che, a partire da un evento reale o immaginato, scatena un insieme di emozioni, pensieri, azioni, creando nel cervello una serie di connessioni neuronali. In questo modo si formano nel cervello dei percorsi preferiti per le informazioni, delle sorte di sentieri che via via s’irrobustiscono con la ripetizione dello stesso schema, fino a diventare una sorta di corto circuito “evento->reazione”.
 
Cambiare quello schema (cioè quell’abitudine) significa creare un nuovo sentiero che, partendo dallo stesso evento, ci porta ad una diversa reazione. Chiaro che all’inizio questo sentiero non c’è o è nella migliore delle ipotesi appena accennato. Immaginate di trovarvi di fronte ad un bivio: da un lato vedete una strada bella larga e asfaltata, dall’altro lato una stradina stretta, sterrata e appena accennata. Se avete fretta, quale prendete?
 
Ecco il punto, la fretta.
 
Joseph LeDoux ci spiega che «i collegamenti del cervello sono fatti in modo che le connessioni tra i sistemi emozionali e quelli cognitivi sono più forti delle connessioni tra sistemi cognitivi e quelli emozionali» [J.LeDoux, Il Cervello Emotivo, Baldini & Castoldi, 1999]. In parole povere, tra evento ed emozione c’è un tempo infinitamente inferiore rispetto a quello che intercorre tra evento e pensiero.
 
Perciò la prima cosa da fare per cambiare un’abitudine emotiva è CONTARE ALMENO FINO A DIECI, cioè concedere il tempo necessario al nostro pensiero di attivarsi per decidere di reagire all’evento nel modo diverso che abbiamo precedentemente pianificato.
 
Per esempio, se in una certa situazione relazionale mi trovo a rispondere in un modo che non mi piace (o che mi provoca danni), posso pianificare un modo alternativo da mettere in pratica alla prima occasione successiva. Naturalmente devo aver identificato le caratteristiche della situazione, ciò che mi provoca la reazione automatica, e qual è il mio obiettivo in quella situazione. Ma per poter modificare in modo stabile la mia reazione devo creare una nuova abitudine.
Quindi nella stessa situazione dovrò concedere del tempo di attivazione al mio pensiero, impedendo il corto circuito tra evento ed emozione che innesca la reazione automatica “tagliando fuori” il pensiero.
 
L’unico modo per farlo è riconoscere la situazione e l’emozione che innesca, e allo stesso tempo imporsi un TIME-OUT (o, nei casi in cui le conseguenze possono essere più importanti, addirittura uno STOP).
Ricordare cosa si era deciso di fare e quindi metterlo in atto, fosse anche soprassedere e darsi il tempo di dare una risposta in un altro momento. Occorre ricordare che anche la riflessione è un’azione, solo che è meno evidente all’esterno, ma spesso più foriera di cambiamenti.
 
Più volte ripeteremo il nuovo schema e più solidificheremo e amplieremo il nuovo sentiero neuronale. Con le ripetizioni della nuova abitudine anche l’autostrada neuronale della vecchia abitudine cadrà in disuso, e sarà man mano più facile e veloce mettere in atto il nuovo comportamento, fino a che esso diventa una nuova abitudine.

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