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Espedienti per non pagare il conto …

Tra i meccanismi mentali che stanno alla base della responsabilità, cioè della nostra capacità di rispondere agli altri delle conseguenze delle nostre azioni, sta la capacità di immaginare e prevedere queste conseguenze.

Le nostre azioni seguono, nella migliore delle ipotesi, delle norme morali basate su un sistema di valori che abbiamo fatto nostro assorbendolo pian piano prima dalle figure importanti nella nostra famiglia, poi nei gruppi di coetanei, nella scuola, attraverso le istituzioni, i media, la società nella quale abbiamo vissuto e viviamo.

In teoria sembrerebbe quindi che la nostra decisione se fare o meno qualcosa segua una logica del tipo:

  1. mi piacerebbe fare una certa cosa
  2. mi chiedo se è lecito farla, secondo le regole sociali correnti e secondo il mio sistema interiore di valori
  3. se si, vedo come e se è possibile concretamente metterla in atto
  4. la faccio
  5. rispondo delle conseguenze.

Quando faccio qualcosa che va contro le norme (sociali o addirittura giuridiche) possono esserci dietro diversi meccanismi (che spiegano, ma naturalmente non giutificano il comportamnto).

Ad esempio, potrei fermarmi al punto (1) della sequenza logica:
mi piacerebbe fare una certa cosa, ma siccome non ho sviluppato bene la mia parte interiore che contiene le norme (in Analisi Transazionale diremmo il nostro Genitore Normativo positivo) e la mia parte interiore che ragiona sulle conseguenze pratiche (diremmo la nostra parte Adulta, sempre con l’Analisi Transazionale), salto il punto (2), lascio briglia sciolta al Bambino libero (negativo in questo caso) e faccio quella certa cosa, evitando accuratamente di passare al punto (5). Questo è ciò che facciamo quando siamo piccoli, proviamo un desiderio e immediatamente cerchiamo di soddisfarlo, senza domandarci null’altro.

Un po’ più complicato è invece quest’altro meccanismo:

ipotizzando di avere un sistema di valori che tenga conto di norme, regole, convenzioni sociali e tutto il resto, faccio lo stesso qualcosa che so non essere lecita, secondo i ragionamenti del punto (2).

Ma, e qui viene il bello, non mi ritengo responsabile delle conseguenze.

Cos’è successo?

E’ successo che per sfuggire alla propria censura interna e ai sensi di colpa (salvaguardando così l’autostima e l’immagine sociale) metto in atto, del tutto inconsapevolmente s’intende, dei meccanismi mentali di disimpegno morale: è come se questi meccanismi ricostruissero il racconto che facciamo a noi stessi (e agli altri) di ciò che è successo.

Vediamo questi meccanismi:

  • La giustificazione morale: giustifico la mia azione negativa ricorrendo a scopi altamente morali (‘dovevo picchiarla altrimenti avrebbe continuato a disobbedire’)
  • L’etichettamento eufemistico: metto un’etichetta rispettabile a un comportamento che non lo è (‘fare pressione’ quando in realtà è mobbing‘)
  • Il confronto vantaggioso: paragonare la propria azione con altre più riprovevoli (‘in fin dei conti gliel’ho fatto pagare il 10% in più, un altro l’avrebbe messo almeno il 20% in più…‘)
  • Lo spostamento e diffusione di responsabilità: minimizzare il proprio ruolo attivo (‘però poteva attraversare sulle strisce un po’ più in fretta…’)
  • Minimizzare le conseguenze: evitare di prendere atto del danno causato minimizzandone le conseguenze (‘… ma tanto sono ricchi ….’)
  • Deumanizzazione della vittima: non vedere l’altro come persona ma come un insieme di caratteristiche non umane o riprovevoli (vedi lager nazisti)
  • Attribuzione di colpa: ribaltare la responsabilità sulla vittima (‘se l’è voluta!’) o sulle circostanze

Da notare che questi meccanismi possono intervenire non solo per giustificare a posteriori un’azione già commessa, ma anche prima di commetterla e durante l’azione stessa.

Una premeditazione non premeditata …

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