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CASALINGHE DISPERATE

“Dopo un anno di mail e telefonate – invariabilmente amichevoli, tempestive, piagnucolose e minatorie – un produttore teatrale mi aveva pagato un monologo di venti pagine. Era stato il frutto di un lungo lavoro d’astuzia. (…) Una cifra ridicola se si considera che dietro c’è stato un lavoro. Ecco il punto. Ormai la relazione causa-effetto tra la prestazione e il compenso è venuta meno. Non esiste più. Tu non hai mai lavorato per questa gente, però ogni tanto, chissà perché, questa gente ti fa un regalo”.
 
Massimiliano Virgilio, nel suo libro “Arredo Casa e poi m’impicco” (Rizzoli, 2014), descrive così l’esito frustrante dell’inseguimento di un incarico di lavoro da parte del protagonista.
 
Ecco, mentre leggevo questo passaggio, mi è venuto in mente un pensiero a braccetto con un senso di frustrazione misto a irritazione. Ho pensato al lavoro (e sottolineo lavoro) di casalinga che, chi più chi meno, tocca a tutte noi donne (chissà perché per forza alle donne).
 
Casalinga, ovvero: cuoca, cameriera, rammendatrice, guardarobiera, stiratrice, giardiniera, segretaria, consigliera, amministratrice, bambinaia, educatrice, insegnante, badante, infermiera, autista, facchino, fattorino, sbriga faccende noiose, spalla per frignate dei rampolli, parafulmine per frustrazioni lavorative (dei coniugi e/o compagni)…
 
Tutto dovuto, tutto sottinteso, tutto garantito. Certo, lo facciamo per affetto, per senso della famiglia, finanche per senso del ‘dovere’. Ma al costo di un’assenza pressoché totale di riconoscimento sociale, nel senso che non ci viene riconosciuto il valore sociale (e monetario) di ciò che facciamo.
 
Come se l’immagine comune fosse, appunto, che noi non abbiamo “mai lavorato per questa gente, però ogni tanto, chissà perché, questa gente ci fa un regalo”.

Scritto da / 27.3.2014

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