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Aziende Resilienti 3 – Come siamo arrivati dove siamo arrivati?

Nel post precedente (guarda il post nel Blog: Aziende Resilienti-2), avevo sintetizzato la tesi di fondo su cui De Geus basa i suoi ragionamenti, e cioè che un’azienda organizzata come macchina non è in grado di apprendere in modo trasformativo e quindi di sopravvivere in un contesto dato da un mondo politico sempre più piccolo, in cui cresce esponenzialmente il business transnazionale.
 
Ma com’è un’azienda macchina?
Cito direttamente da De Geus:

  • Una macchina ha un proprietario: le aziende sono proprietà di persone (che normalmente non vi lavorano);
  • Una macchina esiste per lo scopo concepito da chi l’ha costruita: ogni essere umano ha però fini propri, che non possono essere soppiantati da quelli di un altro, anche se ognuno di noi può in qualche misura servire agli scopi di un altro. Cosa accade a un essere vivente quando gli è impedito di inseguire i suoi fini?
  • Per servire a qualcosa, una macchina deve essere controllabile. Ma gli esseri viventi non possono essere costretti a obbedire come una macchina, sono al più influenzabili. Servono a questo le lotte di potere: acquisire il potere di costringere gli altri ad obbedire.
  • Una macchina è statica, fissa, capace di cambiare solo per un intervento esterno (invece di evolvere in modo naturale). È creata da qualcuno, invece che creare essa stessa i propri processi, e il suo unico senso di identità è quello conferitole da qualcuno, invece che avere un’identità propria.
  • Una macchina si logora e cessa di funzionare, a meno che il management non effettui interventi straordinari.
  • Un’azienda macchina implica che i suoi membri sono “risorse umane”, materiale da utilizzare, e non una comunità che lavora.
  • Quanto apprende un’azienda macchina, infine, è soltanto la somma di quanto apprendono i singoli membri, e non apprende in modo collettivo. Solo gli esseri viventi sono capaci di apprendere.

Ora, il mio ragionamento è il seguente: Il capitalismo da molto tempo ha iniziato a segare il ramo su cui esso siede, e lo sta facendo con una velocità esponenziale. Il grande storico Hobsbawm nella sua notissima e imperdibile opera “Il Secolo Breve”, già nel 1994 ne delineava i vari aspetti con incredibile lucidità e precisione. E come non bastasse, l’economia si è scissa dall’etica e dalla morale.
 
D’altro canto, come anche l’economista Fabio Ranchetti e poi Achille Orsenigo e Francesco D’Angella analizzano bene (su Spunti che trovate in http://www.studioaps.it/rivista-spunti.html), il sistema economico attuale si basa su presupposti errati, e l’economia non può essere scissa da etica e morale.
 
Appoggiandosi ad un sistema errato e seguendone le logiche, moltissime aziende si sono organizzate come macchine, che però in un ambiente instabile non possono apprendere rapidamente e in modo trasformativo.
 
Non sono perciò proattive rispetto ai cambiamenti di contesto: nel villaggio globale poco controllabile, le aziende macchina faticano a sopravvivere perché non possono soddisfare i 5 principi delle Organizzazioni altamente affidabili delineate da Weick (e di cui ho accennato nel post del mio blog “Cos’hanno in comune un’azienda resiliente e uno spazzolino da denti elettrico?”, e su cui tornerò prossimamente).
 
Possono sopravvivere solo diventando living company, cosa che comporta un cambio di paradigma e quindi un cambio culturale.
 
Ma andiamo con ordine. Cominciamo dai concetti così bene esposti da Hobsbawm.
 
Ci sono tre aspetti che rendono qualitativamente diversa la fine del XX sec. rispetto al suo inizio:

  1. non è più un mondo eurocentrico
  2. il mondo è diventato un campo operativo unitario (villaggio globale)
  3. i vecchi modelli delle relazioni umane e sociali si sono disintegrati (da cui deriva la rottura del legame tra le generazioni, quindi tra passato e presente): dominano i valori dell’individualismo. La società è un assemblaggio di individui egocentrici separati tra loro che perseguono solo la loro gratificazione: un’idea di società implicita nella teoria dell’economia capitalistica).

Il XX secolo ha interrotto il progresso e le speranze, dando il via ad una netta regressione dei livelli di civiltà.
 
Se la via più efficace per costruire un’economia industriale fondata sull’iniziativa privata era quella di combinare l’impulso economico individualistico con motivazioni estranee alla logica del libero mercato (etica protestante, doveri e lealtà familiare, etica del duro lavoro ecc.), invece che con anarchiche ribellioni individualistiche, era logico che, disintegrando quelle parti del passato precapitalistico che furono essenziali al suo sviluppo, il capitalismo avrebbe finito col segare il ramo su cui sedeva.
 
E così il ramo ha cominciato a scricchiolare sotto la spinta del boom economico e dei mutamenti sociali e culturali derivati nell’Età dell’Oro (dal dopoguerra fino agli anni ’70):

  • l’economia transnazionale che ha minato i presupposti ideali delle istituzioni di tutti i regimi e sistemi;
  • una crescente instabilità economica/politica;
  • una crisi morale delle credenze e dei presupposti sui quali si è fondata la società moderna dall’inizio del ‘700 (quelli umanistici e razionalistici condivisi sia dal capitalismo liberale che dal comunismo) che ha portato alla crisi delle strutture storiche delle relazioni umane, che avevano permesso alla società moderna di funzionare: ovvero una decadenza dell’abitudine a lavorare, della disponibilità a rinviare la gratificazione, della fiducia reciproca, dell’obbedienza, della lealtà.
  • Da un lato l’ascesa di valori come l’individualismo, fino ad esserne dominante, e dall’altro l’eclisse della comunità.

Il Risultato: l’economia si è scissa dall’etica e dalla morale.
 
Lo sguardo complessivo con cui Hobsbawm conclude la sua opera, delinea una situazione quanto mai attuale (se pensiamo che l’ha formulata nel 1994!). Ne riporto per brevità i punti che mi paiono essenziali:
L’UE non è in grado di dettare una politica unitaria. La privatizzazione dei mezzi di distruzione di massa aumenta la probabilità di terrorismo, e questo fatto incrina la certezza dell’EU di essere immune dall’instabilità. Le vittorie militari non garantiscono più il controllo del territorio.
 
Insomma il Secolo è finito con maggior disordine di com’era iniziato: è stato il secolo delle guerre tra ‘religioni laiche’ (socialismo da una parte e neoliberismo dall’altra), che promettevano soluzioni ai problemi del mondo, e del disorientamento delle politiche miste. Non offrono soluzioni nemmeno le religioni tradizionali, i fondamentalismi e le politiche di identità (che si fondano sulla difesa della propria identità di gruppo, regione, nazione, territorio, sul ‘tener fuori loro per difendere il noi’). Le istituzioni hanno perso il controllo delle azioni umane collettive, il divario tra Paesi poveri e Paesi ricchi cresce mentre nessuna nuova forza politica sa cosa si debba fare per risolvere i problemi.
 
E i problemi che ci troviamo ad affrontare sono principalmente due: demografico ed ecologico. Il tasso di sviluppo deve essere sostenibile, deve cioè trovare un equilibrio tra umanità, risorse, effetti sull’ambiente che è incompatibile nella logica del profitto e della reciproca competizione in un libero mercato mondiale. L’economia mondiale è un motore sempre più potente e incontrollato: la mondializzazione e l’ideologia neoliberista hanno indebolito o rimosso gli strumenti utili a gestire gli effetti sociali degli sconvolgimenti economici. E un’economia di libero mercato non può che peggiorare questi problemi.
 
Hobsbawm prosegue ancora a tinteggiare con lucidità gli sviluppi futuri. Afferma che ci sono due gravi ostacoli al ritorno ad una concezione realistica dell’economia e ad una riforma del capitalismo: da un lato, l’assenza di una minaccia politica credibile al capitalismo che gli fornisca un forte stimolo a riformarsi, dall’altro, il processo di mondializzazione.
Delinea il paesaggio politico mondiale evidenziando l’instabilità della maggior parte degli Stati nel mondo da un lato, e l’indebolimento dello Stato nazionale di fronte ad un’economia mondiale che non può controllare, la sua incapacità finanziaria di offrire servizi ai cittadini e di mantenere legge e ordine, e il ricorso ad istituzioni internazionali costruite per ovviare alla sua debolezza interna.
D’altro canto, lo Stato o autorità pubblica sono necessarie, secondo Hobsbawm, al fine di controllare le ingiustizie sociali e ambientali dell’economia di mercato.
 
Il compito centrale ora è considerare i difetti intrinseci del capitalismo, senza confonderlo con il concetto di democrazia liberale. Il problema politico più importante NON è come moltiplicare la ricchezza delle nazioni, ma come distribuirla a beneficio dei cittadini: la politica del nuovo millennio sarà, secondo Hobsbawm, dominata dal tema della distribuzione sociale, non dalla crescita.
 
Delineato per sommi capi il contesto storico in cui ci troviamo, attraverso il pensiero (attualissimo) di Hobsbawm, il passo successivo è quello di analizzare il sistema economico attuale e i suoi presupposti. Vi aspetto per questo il prossimo mercoledì su questo blog.

Scritto da / 12.12.2012

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